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Un biografo di #Keynes diceva questo: "Egli credeva che non si dovesse trascurare l'indigenza in tutte le sue forme, credeva che con cura e applicazione i nostri mali sociali, le zone di miseria, la disoccupazione potessero essere aboliti, credeva nella programmazione e nella
ingegnosità, una via si sarebbe trovata. Aveva sempre un qualche progetto, la sua energia mentale, i suoi ritrovati erano senza limiti, e se una cosa non si poteva fare in un modo si doveva poter fare in qualche altro.
Ma oltre ad essere per natura un progressivo e un riformatore e a ritenere che con il pensiero, la risolutezza, le cose potessero essere migliorate e sollecitamente, egli era del tutto impaziente verso qualsiasi forma di ostruzionismo".
Sottolineo l'importanza della frase che leggerò adesso:
"Di continuo Keynes predicava che il rischio nell'adottare la scelta apparentemente più audace era molto inferiore del rischio dell'inazione, e considerava che le persone oltremodo caute poste in posizione di responsabilità costituissero pericolose passività per la nazione".
Quindi Keynes è stato un critico feroce dell'inerzia dei pubblici poteri e del fatto che questi pubblici poteri non si assumessero delle responsabilità.
Responsabilità di che cosa?
Evidentemente non basta credere a qualche cosa, bisogna anche dare degli strumenti che consentano una certa linea di azione.
Qui entra in merito la sua maniera di considerare diversamente il funzionamento del sistema economico. Keynes diceva: non dobbiamo considerare ciò che è valido nell'esame di un pezzo dell'economia come un tutto.
È da questa distinzione dell'esame di un aspetto parziale dell'economia dall'economia nel suo complesso, che è uscita fuori la distinzione di cui sentirete spesso parlare tra la microeconomia e la macroeconomia.
La considerazione di una grandezza globale costituisce la macroeconomia.
I fondamenti di questa macroeconomia non è che li abbia inventati Keynes, già i classici avevano una visione della macroeconomia, però in realtà gli sviluppi moderni più sistematici sono stati dati dall'opera di Keynes.
Il che significa che non si può applicare all’economia come un tutto quello che è valido per una singola parte di essa.
Ecco un esempio interessante.
Supponiamo questo che era un principio acquisito: per eliminare la disoccupazione bisogna ridurre il prezzo della merce lavoro, ossia il salario.
Keynes dice: se questo lo riferite a un’industria che fabbrica scarpe e che debba ridurre i salari degli operai addetti alle scarpe – i salari sono una componente importante del costo, se si riducono i salari si ridurranno anche i costi delle scarpe – e se voi supponete
che tutti gli altri operai esistenti nel mondo percepiscano le loro buste paga intatte, allora è vero che le scarpe prodotte in questo settore, che costano di meno, potranno essere acquistate da tutti gli altri percettori di reddito, che continuano a percepire lo stesso reddito
e che si comperano un paio di scarpe di più perché le scarpe sono diminuite di prezzo.
Quindi la riduzione di salario, applicata a un’industria, supponendo che tutte quante le altre industrie continuino a percepire gli stessi salari, è un ragionamento che ha senso.
Se voi però supponete che la riduzione salariale avvenga in maniera generalizzata e riguardi tutta l’economia, il che è quello che si chiedeva nel periodo della crisi – perché la crisi era generalizzata, allora, questo è l’apporto keynesiano – voi non fate altro che diminuire
il potere di acquisto generale dell’economia, e allora non risolvete niente perché nessuno compra di più e l’economia si avvita sempre più in un giro di depressione...

Federico Caffè, 1979
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