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La critica radicale e senza compromessi al fascismo e al nazionalsocialismo, fatta in nome di un principio comunitario, deve essere condotta in modo assolutamente indipendente dalla retorica dell'antifascismo politicamente corretto.
Questo antifascismo è solo un insieme di ideologie di legittimazione, posteriore al 1945 e quindi in totale assenza di fascismo, nel frattempo già morto, seppellito e non più seriamente proponibile.
Ideologie di legittimazione prima di tutto del comunismo politico occidentale, che non poteva proporre l'impresentabile "dittatura del proletariato", e doveva sostituirla con la "democrazia antifascista".
In questo modo, venne tenuto in vita un ibrido, un antifascismo in assenza di fascismo, che strutturò simbolicamente per più di mezzo secolo l'immaginario identitario e di appartenenza degli italiani,
impedendo loro contestualmente anche solo di nominare con i concetti e le parole giuste i nuovi conflitti del nostro paese.
A poco a poco, questo antifascismo senza fascismo si trasformò in una pretesa di superiorità morale prima contro la Democrazia Cristiana, poi contro Craxi ed infine contro Berlusconi [oggi Salvini, ndr.], tutti quanti inferiori moralmente ai veri antifascisti.
Questo azionismo in ritardo di sessant'anni continua ad occupare il teatrino ideologico ed ha insaporito il piatto avvelenato della grottesca storia di Tangentopoli e di Mani pulite,
questo complotto giudiziario extraparlamentare teleguidato da forze economiche interessate a smantellare lo stato assistenziale ed il sistema elettorale proporzionale in Italia
per favorire l'avvento di un sistema neoliberale in economia e maggioritario-uninominale in politica, involucri ideali per la generalizzazione del lavoro flessibile e precario.
Nessuna concessione, quindi, all'antifascismo politicamente corretto. Al contempo, critica autonoma al fascismo e al nazionalsocialismo, nei quali si può vedere una perversione strutturale del comunitarismo.
Al riguardo, bisogna distinguere prima di tutto la questione dell'antifascismo democratico e popolare e della resistenza militare al fascismo e al nazionalsocialismo, da un lato,
e la questione della natura storica delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, dall'altro.
La mistificazione dell'antifascismo politicamente corretto si basa infatti proprio sulla confusione di questi due piani.
L'antifascismo non fu solo un fenomeno storicamente legittimo, il che è ovvio, ma un momento luminoso nella storia europea ed internazionale.
E questo per una ragione di fondo molto semplice.
Lasciamo qui da parte la vexata quaestio della natura storica di classe del fascismo - se, cioè, sia stato o meno un prodotto della piccola borghesia
oppure una reazione di classe della grande industria che ha utilizzato la base di massa piccolo-borghese per poi metterla da parte dopo la presa del potere.
Il fatto è che, avendo il fascismo scelto per primo la strada della violenza politica sistematica, non può poi lamentarsi se qualcuno decide di rispondergli sullo stesso terreno.
Contro il fascismo si mobilitarono conservatori, religiosi, liberali moderati, socialisti, comunisti, anarchici e lo fecero per motivi profondamente diversi ed anzi opposti,
il che fa dell'"antifascismo" un minimo comun denominatore solo negativo, e solo ex post, ossia dopo il 1945, si potè inventare la favola della "democrazia" come elemento comune positivo.
Si può invece ammettere, e lo faccio qui volentieri, che almeno per quanto riguarda l'Italia, fra il 1922 e il 1945 ci fu realmente un diffuso stato d'animo "democratico"
che non tollerava il dispotismo illiberale e soprattutto l'asfissiante regolamentazione di un tempo libero da trascorrere in attività paramilitari.
Questo mi conferma nell'idea che il dispotismo illiberale che controlla la libertà di espressione non è nell'essenziale un fenomeno classista, bensì qualcosa che va contro la natura umana sociale e razionale dell'uomo.
Se ci fosse un regime dispotico che mi obbligasse per legge a recitare pubblicamente le opinioni sacralizzate di Aristotele, Hegel e Marx (cioè proprio quelle che sono liberamente arrivato a condividere),
sono certo che finirei con il propagandare quelle di Schopenhauer e Nietzsche, che peraltro non condivido per nulla.
L'essere umano è un essere libero, e con tutte le sofisticazioni retoriche che possiamo svolgere sul concetto di libertà, alla fine tutto si riduce a questo: o puoi dire quello che vuoi senza andare in galera o non puoi.
Passando invece al fenomeno chiamato Resistenza, e cioè l'opposizione armata al fascismo e al nazionalsocialismo, va detto subito, per non cadere nell'eurocentrismo più becero e provinciale,
che essa non iniziò nel 1939, ma negli anni Venti in Libia e negli anni Trenta in Etiopia.
Non vedo come si possa sostenere la giusta e sacrosanta lotta della resistenza irachena contro gli aggressori americani e
nello stesso tempo non sostenere idealmente e retroattivamente l'altrettanto giusta e sacrosanta lotta dei patrioti libici ed etiopici contro gli aggressori colonialisti italiani.
Non ha alcun senso dire che a quei tempi "erano tutti colonialisti" e perciò potevamo esserlo anche noi.
Se tutti sbagliano, non per questo si può giustificare l'errore.
Il fascismo l'abbiamo creato noi, non ce l'ha imposto o esportato militarmente nessuno e allora è una cosa che riguarda solo noi e non gli altri.
Ma quando il fascismo invade l'Etiopia e l'Albania, la Grecia e la Jugoslavia, allora le cose cambiano radicalmente, e una persona che ha senso della comunità deve stare al fianco dei resistenti all'invasione e non certo al fianco dell'invasore.
Dall'Etiopia 1935 all'Iraq 2003 nulla è cambiato, anche se nel 1935 ci si diceva che stavamo esportando la superiore civiltà romana e nel 2003 ci si dice che stiamo esportando i diritti umani e la democrazia.
La funzione dell'antifascismo politicamente corretto è proprio quella di non far capire questa cosa elementare.
Per questa ragione, la nostra considerazione retroattiva della legittimità della Resistenza dei popoli deve essere completa e soprattutto priva di equivoci verbali e riserve mentali.
Nel corso di questa legittima resistenza armata furono certamente compiuti crimini di guerra e atti eticamente ingiustificabili (come del resto avviene in Iraq quando si fa saltare la gente nei mercati).
Uno di questi atti fu probabilmente l'aver appeso Mussolini, la Petacci ed alcuni altri per i piedi come animali al macello.
È chiaro che questo comportamento non è compatibile con il complesso di norme etiche che tengono insieme una comunità.
Resta il fatto che la guerra civile, nella sua ferocia, sospende le stesse norme dell'etica comunitaria.
Mentre l'antifascismo autonomo e la resistenza militare all'aggressore meritano stima e ammirazione,
deve essere contestualmente chiaro che nel loro insieme le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale non erano per nulla migliori di quelle sconfitte.
Non parlo qui della Prima guerra mondiale, in cui i vincitori spartirono come briganti le terre del benemerito impero ottomano, sottoposero la Russia rivoluzionaria ad un cosiddetto "cordone sanitario" e fecero esplodere l'area unificata centroeuropea.
È chiaro che nella Prima guerra mondiale hanno vinto i peggiori. Per la Seconda questo non si può dire, appunto per la natura colonialistica di Mussolini e sterminazionistica di Hitler.
Ma anche i loro vincitori, intesi come Stati e gruppi dirigenti, non erano affatto migliori.
L'esemplificazione sarebbe lunghissima, e qui devo ridurla al minimo.
Auschwitz è ingiustificabile, ma lo sono anche lo sterminio tecnologico di Hiroshima e Nagasaki e la cancellazione di Dresda a poche settimane dalla fine della guerra, i cui responsabili furono premiati con medaglie, anziché essere internati in un carcere speciale.
Tredici milioni di tedeschi furono deportati a freddo e senza alcuna ragione bellica da terre tedesche come la Prussia Orientale e la Slesia, ed in questa deportazione i decessi durante il trasferimento furono oltre due milioni,
cui si aggiunsero un milione e settecentomila tedeschi che, sempre a guerra conclusa, in piena sovrapproduzione alimentare, furono lasciati morire di fame nei campi di concentramento francesi e statunitensi.
Francesi e inglesi dovettero lasciare i loro imperi coloniali non per loro spontanea iniziativa, ma perché cacciati dagli indiani, dagli indocinesi e dagli algerini, così come fecero gli indonesiani con i "civilissimi" olandesi.
Tutto questo è sistematicamente rimosso dall'antifascismo politicamente corretto, ma non può esserlo da chi considera arrivato il momento storico per un elogio del comunitarismo.

C. Preve, 2006
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