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Sono le 4, dormire non mi piace, così visto che devo tirare mattina per avere contatti umani approfitto per raccontare una cosina che mi è appena tornata in mente dando un'occhiata alla libreria.
Se non c'avete voglia il riassunto è: Primo Levi stava IN FISSA con il suo computer
Ma era proprio preso bene, roba che scriveva alle sue amiche e ai suoi amici per raccontare loro quanto entusiasta fosse del suo nuovo acquisto. Erano gli anni '80, in Italia il personal computer iniziava a trovare posto nelle case di alcun ma tutto sommato era ancora una novità.
Così spinto dalla curiosità decide di comprarne uno. È l'84 e Levi ha 65 anni. Ne scrive ad amiche e amici ma non solo, ne parla durante le interviste e ne scrive per i giornali. Esiste un articolo che invia alla stampa nell'84 che si intitola "Personal Golem".
Così lo chima nell'articolo, come la figura d'argilla creata da un rabbino, figura cara alla cultura ebraica (affinchè il computer funzionasse era necessario inserire un disco in una fessura, "una bocca", gesto analogo a quello del rabbino che inserisce una pergamena nella bocca
del Golem). Golem, anche se lui era solito chiamarlo "elaboratore di testi".
I primi giorni il disagio totale. Lui stesso parla di "ansia", "turbamento", "disperazione". Non riesce a capire come funziona, si scervella. Prova a leggere le istruzioni ma non ci capisce un
cazzo, in parole poverissime. Trova furviante che le istruzioni siano scritte in una lingua che all'apparenza sembra italiano, che utilizza termini ben noti come "aprire", "chiudere", "uscire" ma attribuisce loro sensi insoliti. Pensa, vabbè a sto punto inventate parole
nuove, cos'è sta rova (circa). Poi però interviene un "giovane amico" (alcune fonti riferiscono sia suo figlio) che gli viene in soccorso, gli suggerisce di lasciar perdere le istruzioni e di iniziare semplicemente ad usarlo: "mi ha fatto notare che pretendere di imparare a usare
un computer sui manuali è stolto quanto pretendere di imparare a nuotare leggendo un trattato, senza entrare nell'acqua".
Primo sfancula le istruzioni, e pur continuando ad avvertire l'angoscia dell'ignoto si addentra nel suo nuovo aggeggio e alla fine impara. È la fine.
Si appassiona. Si appassiona pure troppo, tanto da accorgersi che comincia a passarci troppo tempo, arriva a definirlo una droga. A na certa inizia pure a piazzarlo agli amici, per esempio al traduttore americano William Weaver che lo prova per la prima volta a casa sua a Torino
e poi finisce con il comprarne uno anche lui, subito, tipo il giorno dopo.
Ma per cosa lo usa? Non per le lettere, per quelle non ne vale la pena. Lo usa per scrivere. Prosa, poesia, tutte le sue opere da un certo punto in poi sono state scritte a computer e questo lo porta a
riflettere sulle conseguenze dell'essere passato dalla macchina a scrivere al nuovo strumento. Giunge alla conclusione che tutto sommato scrivere a computer è conveniente sotto molti aspetti. Conviene perchè alleggerisce il lavoro, manca la fatica manuale e che proprio per
questo vengono fuori pipponi assurdi e infiniti tipo questo thread, poi però ci si rende conto della ridondanza e si torna indietro per snellite il tutto, ottenendo il risultato opposto. A un certo punto dice una cosa illuminante secondo me, che questo effetto opposto dello
snellire e asciugare il testo degli aggettivi inutili è dovuto al fatto che a computer "cancellare è indolore perchè non rimane la cicatrice", a differenza di ciò che avviene con la macchina da scrivere (che continua comunque a usare eh, ne ha una proprio accanto al pc).
Quindi tutto bello, anche se "qui tu scrivi, le parole appaiono sullo schermo ben nitide, allineate, ma sono ombre: sono immateriali, prive del supporto rassicurante della carta. "La carta canta", lo schermo no". L'ansia dell'intangibile.
Ma non finisce qui, perchè ok scrivere, che è pure il suo secondo mestiere, ma Primo con il suo computer disegna. Tipo come con paint. Per passare il tempo, per diverimento "mi diverte in maniera indecente e mi distoglie dagli usi più propri". Va in fissa anche e soprattutto
per quell'aspetto del pc, dato che "devo fare violenza su me stesso per "uscire" dal programma-disegno e riprendere a scrivere". Per divertiesi quindi, ma anche per creare egli stesso le copertine dei suoi libri: i gufi di L'altrui mestiere li ha disegnati lui, a computer.
Ecco il Golem, disegnato da Levi e inviato ad Alberto Sinigaglia.
"Caro Alberto, [...] il disegno non è da pubblicare, è solo un goffo esempio delle cose che "lui" sa fare"
Qui un gufo (quello che finirà sulla copertina di L'altrui mestiere) e una libellula, sempre disegnati da Levi a computer.
"Io non disegnavo dalla quarta elementare, e mi diverto in modo indecente a creare sul piccolo schermo forme che mi sembrano belle e nuove, molto al di sopra della mia capacità manuale; e poi le posso "mettere in memoria" e stampare. È talmente affascinante che ci perdo molte
ore: invece di scrivere gioco, e mi diverto come un bambino. E poi, sono contento di imparare a fare cose nuove a 65 anni."
Qui ne parla al minuto 20:00. "Le mie confessioni da neofita"♥️
Fine.
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