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11 Jun, 17 tweets, 5 min read
Esiste un incredibile legame tra Mozart e Palermo; si narra della morte prematura del grande genio austriaco causata in qualche modo da una donna palermitana e dalla sua ricetta di bellezza; lui stesso pare aver detto “sono stato avvelenato dall’ Acqua Tofana" , un veleno
> talmente potente da uccidere in modo lento ma inesorabile, sembra, più di 600 uomini nel corso di un solo ventennio. Si trattava di una soluzione di arsenico, piombo e belladonna, così chiamato perchè creato da Giulia Tofana, nata a Palermo nel 1620; la madre, Thofania d’Amado
> era conosciuta come strega e uxoricida e per questo giustiziata pubblicamente nel 1633. L'intelligenza e l’indole “familiare” nell’armeggiare soluzioni, sciroppi, impacchi, e una grande bellezza permisero a Giulia di entrare in confidenza con un farmacista dell’epoca, di cui
> divenne amante e, proprio per mezzo di questa frequentazione, imparò molto, quasi tutto lo scibile dell’epoca, su medicine, cure e cosmesi. Proprio quest’ultima pratica avvicinò tante donne che a lei si rivolgevano per creme, polveri, trucchi e belletti.
> All'apparenza solo una confidenza civettuola, poi intima solidarietà quando, vessate da un patriarcato imperante e imposto come unica via possibile per la loro esistenza, quelle donne, prima di Palermo, poi di Napoli e infine di Roma andavano da lei perchè, essendo
> proprietà dei mariti e impotenti a gestire un’ ”inesistente esistenza”,non potendo divorziare, preferivano diventare vedove. Questo valeva tanto per le nobildonne che Giulia frequentava, in quanto cortigiana di Filippo IV di Spagna, per le povere donne delle classi più basse
> da cui peraltro lei stessa proveniva, e anche per le prostitute (si dice che anche lei abbia venduto il suo corpo per non cadere nella trappola del matrimonio e non finire in miseria). Lo stratagemma era semplice ma crudele: l’Acqua Tofana era venduta sotto le mentite
> spoglie di un cosmetico di bellezza chiamato “Manna di San Nicola di Bari”;  la stessa boccetta con l’immagine del santo, non poteva destare alcun sospetto alle vittime designate, un banalissimo tonico completamente insapore e incolore, le cui gocce letali in realtà finivano
> nelle minestre, nei caffè dei malcapitati, per ucciderli lentamente. Sì, Giulia suggeriva anche la posologia in maniera furba: "non tutta e subito, altrimenti muore di colpo e finiamo nei guai io e te”. Si dice che avesse sinceramente a cuore le sorti delle non-vite di queste
> donne e che la sua fosse ormai una “causa sociale”, almeno tra le più povere. Perchè, negli ambienti più ricchi, Giulia creò un vero e proprio business: veleno non rilevabile, omicidi privi di sospetti e di collegamento reciproco. Tutto sembrava andare per il meglio, ma
> la sorte si sa, è imprevedibile, e il coraggio non è di tutte: una giovane donna di Roma che aveva acquistato Acqua Tofana, dopo averne miscelato delle gocce nella zuppa e averla servita al marito, presa dal panico gli urlò di non mangiarla, svelando non solo le proprie
> intenzioni, ma anche tutta l’attività illecita di Giulia. La voce del “tradimento” le arrivò prima ancora che ai tribunali, la gente le voleva bene e cercò di proteggerla favorendole la fuga e il rifugio in una chiesa. Come spesso capitava all’epoca (e forse anche adesso)
> le autorità, per convincere il popolo a consegnare il fuggitivo, diffusero la falsa notizia che Giulia avesse avvelenato tutte le acque di Roma; il popolo si sollevò contro di lei e fece irruzione nella chiesa in cui si nascondeva. Fu presa, torturata prima, condannata a morte
> e giustiziata a Campo dei Fiori, insieme alla figlia, ad alcune collaboratrici e anche a qualche vedova allegra. Ma la ricetta dell'Acqua di Tofana doveva essere già stata tramandata, perchè al suo utilizzo -sembra- si ricorrerà ancora per qualche anno, caratterizzando
> persino il celebre Affare dei Veleni, alla corte di Francia di fine 600, fino alla fine del 1700, come le parole presunte di Mozart testimoniano. Altri tempi, altre pratiche certamente, ma stesso patriarcato: respinta
> con forza l’idea di giustificare o considerare l’omicidio come soluzione a una vita di violenze, viene da pensare che esistono meno maschicidi perchè le donne scelgono (in teoria) di divorziare, di abortire, di non essere madri, di fare quel che pare a loro; le lotte, i diritti
> che qualcuno cerca di sgretolare sotto il peso di una squallida retorica sessista e maschilista, ci permettono (sempre in teoria) di vivere libere, senza ricorrere a brutalità, senza dover uccidere.

E allora, perchè noi veniamo uccise?

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