Berl Frydman era sopravvissuto ad Auschwitz. Tornò in Polonia nel 1946 credendo che il peggio fosse finito. A Kielce, in via Planty 7, viveva con altri 150 fantasmi: ex prigionieri, giovani sionisti, una donna incinta. Tutti portavano la stessa cicatrice.
Il 4 luglio la polizia irruppe nello stabile. Qualche giorno prima, un bambino polacco di 8 anni era scomparso per tre giorni. Al suo ritorno, spinto dalle insistenze del padre mentì, dicendo di essere stato preso dagli ebrei, per un omicidio rituale. Non era vero, ma l'“accusa del sangue”, la vecchia calunnia antisemita, fu sufficiente.
In poco tempo, la folla arrivò in massa in via Planty, la maggior parte erano operai armati di spranghe. Salirono al terzo piano, presero Berl di forza, lo trascinarono alla finestra, lo sollevarono e lo scaraventarono nel vuoto. Il tonfo fu sordo. Il sangue disegnò una pozza scura sotto il sole.
Fu il primo a morire quel giorno. Ne seguirono tanti altri. Auschwitz e Treblinka non erano bastate. Sei milioni di morti non erano bastati.
Decine di migliaia di ebrei sopravvissuti lasciarono la Polonia in quei giorni. E non solo per paura di morire: avevano capito che si poteva sopravvivere ai forni ma non all’odio che c’era prima della deportazione, e che resisteva anche dopo.
Le loro storie sono tra le centinaia, migliaia che riempiono i documenti del dopoguerra ebraico: quel giorno a Kielce morirono 42 ebrei, che si erano salvati dai nazisti, per essere assassinati da chi non avrebbe mai smesso di odiarli.
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