Giunge da Nimis, invano contrastato dai partigiani, un contingente tedesco su autoblinde, che circonda alcune case situate sotto l’abitato di Torlano, che ospitano poche famiglie, ma numerose: i Comelli, i Dri, i De Bortoli, mezzadri originari di Portogruaro, i pochi altri.
Sono Waffen SS della divisione "Cacciatori del Carso", di stanza a Gradisca d'lsonzo dove da poco si è trasferito da Trieste un comando speciale per la lotta contro i partigiani. Li comanda un tenente SS già conosciuto come il ''boia di Colonia". Il suo nome è Fritz Joachim.
Fanno da guida alcuni fascisti della Milizia per la difesa territoriale, con occhiali neri e la visiera abbassata per non farsi riconoscere.
Le autoblinde bloccano tutte le vie d'accesso.
I De Bortoli e la famiglia di Giovanni Comelli si rifugiano nella stalla di Ruggero Dri.
Elisabetta De Bortoli rimane in cucina a far da mangiare.
Tedeschi e fascisti rastrellarono il paese e le persone trovate sono rinchiuse nell'osteria allora gestita da Giobatta Comelli.
Sono poi fatti uscire uno alla volta e uccisi con un colpo di pistola.
Sono Alfredo Bazzaro, Francesco Blasutto, la figlia Romilda, il genero Giovanni Pellegrini, Giuseppe Cussigh, Valentino Petrossi, Gelindo Sommaro.
Luigi Seracco tenta la fuga, ma viene colpito a morte.
Il Boia rientra poi nell'osteria e uccide l'oste, Giobatta Comelli, la figlia Rosa e la moglie Lucia Vizzutti. L'altro figlio Albino, di diciannove anni, nascosto nella cappa del camino, assiste impotente alla strage. (Nell’ottobre ’46 si suiciderà con un colpo di pistola.)
Poi è la volta delle persone rifugiate nella stalla.
Gli uomini sono fatti uscire uno alla volta e uccisi con un colpo di pistola sotto il mento.
Il tenente Wunderle e alcune SS poi entrano nella stalla: le donne pregano, supplicano, stringono al petto i bambini.
I mitra spararono nel mucchio, finché nella stalla tutto è silenzio.
I corpi quindi vennero cosparsi di strame e di benzina e bruciati.
Muoiono, della famiglia Comelli,: Bruno (di 12 anni); Giannina (di 3 anni); Giovanni; Idelma; Luciano (di 15 anni); Rita; Stefano,
Vittorio (di 17 anni) e Antonia Anna Vizzutti, moglie di Giovanni.
Della famiglia De Bortoli: Antonio; Bruna (di 6 anni); Luciano ( di 2 anni); Maria (di 4 anni); Oneglio ( di 8 anni); Silvano, Vilma (di 11 anni); Virginio e Santa Perlin, moglie di Pasquale De Bortoli.
Della famiglia Dri: Ruggero, la moglie Lucia Vizzutti, Ferruccio e Teresina.
Si salvano: Giovanni Dri, Paolo De Bortoli, di 6 anni; Pasquale De Bortoli, con in braccio Serena Dri; Gina De Bortoli, di 13 anni, che viene riparata dal corpo della madre. Gravemente ustionata
dall'incendio, fugge nuda tra il mais. Sopravvive, dopo dieci mesi di ospedale a Gemona. Quindi il giovane Albino Comelli e poi Elisabetta De Bortoli, che è rimasta a cucinare in casa. Mentre si appresta ad avviarsi verso la stalla,
è salvata da un tedesco che le fa capire di nascondersi.
Il giorno dopo la gente delle frazioni vicine accorre, ma tedeschi e cosacchi impediscono che i corpi siano sepolti.
Solo quando se ne andranno, è possibile la sepoltura, in una fossa comune tra le case.
Solo nel '47, i resti, chiusi in 5 bare, sono accolti nel cimitero di Torlano.
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10 gennaio 1945 Dordia (Parma). Reparti militari tedeschi e fascisti risalgono in forza le alti valli del Taro, del Ceno e dello Stirone. Al loro passaggio i soldati lasciano dietro di sé distruzione e violenza di ogni genere contro chiunque appartenga alla Resistenza o che
solo sia sospettato di collaborare con essa. Numerosi partigiani riescono a sottrarsi alla cattura, una parte cade invece nelle mani dei rastrellatori, come capita a diciotto giovani a Varano Melegari che si sono rifugiati in un cascinale appartato in località Ca’ Cornali.
Sorpresi da un reparto militare lungo il sentiero innevato che da Vianino porta al gruppo di case situate nella piccola valle del Dordia, vengono condotti lungo un secondo sentiero che porta verso la provinciale. A metà strada sono fatti fermare e sono fucilati senza pietà.
21 novembre 1920: Bologna, 500 fascisti danno l’assalto, sparando e lanciando bombe a mano, a palazzo D'Accursio dove si festeggia l’insediamento dell’amministrazione
socialista e del sindaco Ennio Gnudi, provocando nove morti e più di 50 feriti. Negli scontri muore anche il
consigliere della minoranza l'ex comattente avvocato Giulio Giordani. Il governo scioglie l’amministrazione comunale. Le elezioni amministrative erano state un
trionfo per i socialisti che, nonostante il clima di violenza, avevano conquistato 54 comuni su 61 e gli altri sette
erano andati al Partito popolare. La lista "Comitato pace, libertà e lavoro", composta da esponenti delle associazioni industriali e dei commercianti, ex
combattenti, nazionalisti e fascisti, subì una pesante sconfitta. Ma già alla vigilia elettorale avevano espresso chiaramente
19 novembre 1944 Eccidio di Villa Cavazzoli (RE).
Nella sera precedente cinque uomini decidono di recarsi insieme presso la locale cooperativa di consumo che funge anche da bar. Il locale è situato sulla via Emilia a poco più di cento metri dalle abitazioni dei cinque uomini.
Motivo di questa piccola riunione è di avere notizie, presso il locale pubblico, della situazione della guerra e del suo evolversi; in quel momento gli alleati sono fermi al di là della Linea Gotica.
Un gruppo di fascisti, che saranno successivamente individuati come
appartenenti alla famigerata Banda Ferri, rastrella i cinque lungo il loro tragitto come rappresaglia al ferimento di un milite avvenuto nel pomeriggio e li porta in città presso Villa Cucchi. Questa villa, situata all’interno del centro città, è sede della milizia fascista e
Luciano Proni, nome di battaglia "Kid". Prestò servizio militare in Albania e in URSS. Fece parte del gruppo dirigente della FGSI di Bologna e fu uno dei promotori della brigata Matteotti Città. Il 23 settembre 1943, con Leandro e Vincenzo Monti, recuperò parte delle armi
abbandonate nella caserma di via Agucchi che servirono per la brigata. Fu uno dei massimi dirigenti della brigata sino al luglio 1944 quando, per la delazione di una donna, furono arrestati numerosi militanti della FGSI.
Quando le brigate nere si recarono ad arrestarlo, nella
sua abitazione in via del Carro 9, riuscì a fuggire fortunosamente in mutande, passando lungo i tetti da un'abitazione all'altra. Si recò sull'Appennino bolognese, tra Pianoro e Monterenzio, ed entrò a far parte della 62ª brigata Camicie rosse Garibaldi. Divenutone il comandante,
26 ottobre 1944 eccidio del Senio a Lugo (RA).
Il 20 ottobre 1944, nella zona tra Lugo e Cotignola, Brigatisti Neri e Nazisti organizzano un rastrellamento senza che azioni recenti contro di loro diano il pretesto della rappresaglia viene catturato un gruppo di giovani
partigiani delle frazioni di Barbiano, Zagonara e del sud del Lughese.
La mattina del 25 ottobre uno di loro, Carlo Landi, viene trovato massacrato sulla scalinata d'ingresso della Rocca. Poi i brigatisti, dopo aver rapinato tutto il denaro contante della Banca d'Italia,
consegnarono gli ostaggi ai tedeschi e si danno alla fuga verso Nord. Mentre le famiglie dei ragazzi, convinte che fossero stati presi dalla TODT, continuavano ancora a portare cibo e vestiti di ricambio al custode delle carceri, all'alba del 26 ottobre i tedeschi conducono i
«All'alba del 26 settembre siamo stati svegliati dal rumore di violente esplosioni: sono i mortai e le artiglierie tedesche che battono Sassoleone. Il bombardamento dura circa due ore, poi più nulla. Rimaniamo con il respiro sospeso, si vedono in lontananza le piccole belve nere
delle S.S. che si aggirano per il paese, poi si ode un grande collettivo urlo che non ha più nulla di umano, seguito da alcune raffiche di mitragliatrice, quindi di nuovo silenzio.
Un quarto d'ora dopo ricominciano le esplosioni tutto il cielo è rossastro e un gran polverone si
alza da Sassoleone: i tedeschi hanno minato il paese. Fra uno scoppio e l'altro, mentre la polvere si dirada, case, chiesa, edifici pubblici appaiono al nostro sguardo, completamente distrutti. Ma gli assassini tedeschi non son ancora soddisfatti, dopo qualche minuto grandi