Aprile 1911.
Settimana scorsa ho mandato in stampa il mio libro. Per evitare una censura da parte delle autorità, dato il contenuto altamente accusatorio nei confronti del Governo italiano, ho cercato di darne ampia diffusione.
Il prefetto voleva impedirmelo.
“In riferimento alla legge 28 giugno 1906 n° 278 non è possibile impedire la diffusione del libro” gli aveva scritto il Procur. Generale. Meno male.
Ho inviato due copie anche al Re e Regina. So che il prefetto va in giro a dire che l’autore di quel “lurido libello” deve pagare.
28 maggio 1911. Ho ricevuto indietro le copie che avevo inviato al Re Vittorio Emanuele e alla Regina Elena. “Il Re vi ringrazia per il pensiero che avete avuto nell’inviare questa vostra opera, ma a Sua Maestà non interessa”. Speravo molto in loro. Di ottenere almeno giustizia.
Meglio che mi presenti.
Mi chiamo Giacomo Longo di anni 35, di Francesco e di Francesca Bonanzinca, da Torre Faro.
Il libro del contendere?
“UN DUPLICE FLAGELLO: Il terremoto del 1908 e il Governo Italiano”. Scritto dal sottoscritto.
Cos’è successo di così grave, dopo il terremoto di Messina, tale da giustificare il “Duplice flagello” che ho descritto nel libro? Quali le colpe del Governo Italiano?
Mettetevi comodi.
Perché sto per raccontarvi una storia incredibile.
Tutto era cominciato il 28 dicembre 1908. Esattamente alle 05.21, quando gli abitanti di Messina furono svegliati da un enorme boato.
La terra aveva tremato per trentasette lunghi secondi sullo stretto tra la Calabria e la Sicilia.
Un terremoto di magnitudo 7.1 aprì enormi voragini dove sprofondarono strade ed edifici. Fu una frana sottomarina ha provocare uno tsunami.
Tre onde altissime colpirono la parte della città esposta al mare.
Il terremoto colpì, con diverse intensità, la Calabria e la Sicilia.
Ma non è del terremoto che voglio parlarvi. Ho scritto il libro per raccontare, e far conoscere a tutti, cosa accadde dopo.
Con i soccorsi.
Cominciando col dire che il capo del governo Giolitti se la prese comoda. Molto comoda.
Erano già le 15.30 quando arrivò un dispaccio telegrafico con scritto poche semplici parole. “Messina distrutta”.
Ad inviarlo era stato il portalettere Antonio Barreca che si era fatto chilometri per trovare un trasmettitore funzionante.
Gli altri telegrammi arrivati in mattina lo avevano seccato. Lui, vero uomo di ferro settentrionale, infastidito da quei sindaci meridionali che si lamentavano sempre.
Capì che qualcosa di grave era successo solo alle 17.30.
Dopo aver ricevuto un altro messaggio.
Un messaggio lanciato dal cacciatorpediniere Spica che chiedeva aiuti urgenti.
Solo allora diede ordine di far salpare le navi italiane.
Ma quando arrivarono a Messina, il 30 dicembre, furono costrette ad ancorarsi in terza fila.
In soccorso erano già giunte navi straniere.
C’erano le navi russe "Makaroff", "Guilak", "Korietz", "Bogatir", "Slava" e "Cesarevič".
E le britanniche "Sutley", "Minerva", "Lancaster", "Exmouth", "Duncan", "Euryalus".
Era stato il sindaco di Siracusa, Giuseppe Toscano, a chiedere il loro intervento.
Dopo l’arrivo delle navi italiane Giolitti invitò le altre navi straniere a non intervenire.
Pur sapendo che almeno 10.000 persone in più si sarebbero potute salvare accettando quegli aiuti.
L’incrociatore inglese Minerva, in arrivo da Malta, non ascoltò “l’invito”.
Fortunatamente.
Da quell’incrociatore sbarcarono i pompieri per spegnere gli incendi in città. E visto che il sistema telegrafico era saltato lo stesso governo italiano lo usò per le comunicazioni.
Voi non potete immaginare la confusione.
Si mise di mezzo pure la burocrazia.
I viveri non potevano essere sbarcati senza l’adeguata autorizzazione. Assurdo.
Il governo aveva inviato sul posto 10.000 soldati.
In mancanza di viveri cominciarono a saccheggiare la città.
E tra saccheggi dei militari e delle bande, il governo fu costretto a dichiarare lo stato d’assedio.
E così, più che al salvataggio delle persone, Giolitti si preoccupò delll’ordine pubblico. Bastava aggirarsi tra le macerie alla ricerca di cibo e vestiti per essere fucilati.
Non mi sono inventato niente.
Leggete le cronache locali dell’epoca. Raccontano che esercito e carabinieri avevano come imperativo assoluto quello di difendere e proteggere soprattutto i caveau degli istituti di credito, a partire dalla Banca d’Italia.
Ovunque regnava il caos. Come in guerra. Furono i registri postali dei giorni immediatamente successivi al terremoto a svelare qualcosa di aberrante.
Un numero spropositato di soldati e ufficiali inviavano quotidianamente un gran numero di pacchi e somme di denaro alle famiglie
La cosa arrivò in Parlamento. Ma tutto fu messo a tacere.
Ma non era finita per i messinesi.
Come massima autorità di coordinamento era stato nominato il generale di Corpo d’armata Francesco Mazza.
Per prima cosa fece arrivare due pasticceri, da Napoli e da Palermo. Priorità.
Non lasciò mai la comoda nave.
Il "Duca di Genova" divenne un mondano quartier generale. Invece di aiutare i messinesi lui organizzava a bordo fastose cene per gli alti ranghi militari e civili.
A differenza del panfilo reale Sultana e del Britannia, trasformati in Ospedale.
La priorità del Mazza era recuperare contanti e valori nei caveau delle banche.
Per svuotare la città diffuse la notizia che i viveri si potevano ottenere solo salendo a bordo della navi.
Che una volta riempite partivano alla volta di Napoli. Non funzionò per molto.
Il 14 febbraio, dopo ripetuti fallimenti, il Generale Mazza fu costretto a lasciare l’incarico.
Da dove nasce l’espressione “non capire una mazza?” Ecco, appunto.
Quanti furono i morti? Dagli 80.000 ai 200.000.
Per impedire epidemie qualcuno pensò di bombardare Messina.
"Che cosa avremmo dovuto fare?" replicò Giolitti ai suoi avversari che gli rimproveravano la disorganizzazione dei soccorsi. "Prevedere che ci sarebbe stato un terremoto?".
Prevedere il terremoto no.
Impedire i saccheggi magari sì.
Come le 30.000 tende e 30.000 coperte offerte da Francia e Inghilterra sparite.O i viveri chiusi nei magazzini della "Cittadella" rubati. O evitare di fucilare i messinesi.Come il ragazzo di 15 anni che aveva preso tra le macerie una camicia e un paio di pantaloni per coprirsi.
Ricordate il libro di Giacomo Longo?
Il libro venne ritirato dal commercio e sparì. Fortunatamente una copia è stata ritrovata nel 1978.
Il libro è potuto così andare in ristampa grazie all'Associazione Amici del Museo di Messina.
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Capita spesso di leggere che "nella Costituzione italiana non c'è traccia della parola antifascista".
È un'affermazione piuttosto diffusa, usata spesso per sminuire il valore della Resistenza.
Ma contiene un grosso errore di fondo.
Proviamo a fare un po' di chiarezza.
Partiamo dal testo.
In effetti la parola esatta "antifascista" nella Carta non c'è.
Ma c'è il suo sinonimo storico e giuridico più pesante.
Nella XII Disposizione transitoria e finale c'è: il divieto, "sotto qualsiasi forma", di riorganizzazione del disciolto partito fascista.
La matrice è scritta lì.
Ma la Costituzione non si ferma a un divieto formale.
I Padri Costituenti non hanno inserito la parola "antifascista" nei principi fondamentali non per mancanza di coraggio o per un compromesso al ribasso, ma per una scelta ben precisa.
Ieri sera ho concluso il thread sugli sprechi nella ricostruzione in Irpinia con: "Esiste una storia, uno spreco che più di ogni altro può rappresentare quell'enorme sperpero di denaro?
Esiste.
Eccome se esiste.
E riguarda una fabbrica che doveva imbottigliare vino".
Iniziamo.
Giugno 1990.
Palazzo San Macuto è la sede della commissione d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro.
Oggi è un giorno particolare.
È stato convocato da Scalfaro Elveno Pastorelli, da tre anni commissario straordinario per la ricostruzione.
Nei mesi precedenti sono stati ascoltati Misasi (ministro del Mezzogiorno) e Vito Lattanzio (Protezione civile).
Tutti tendono a minimizzare, a dire che le cose stanno andando bene con la ricostruzione.
Certo, con qualche ritardo, ma secondo loro va tutto a meraviglia.
Gli sperperi di denaro pubblico post terremoto dell’Irpinia sono ormai entrati nella storia di questo Paese.
Una brutta storia, riassunta in dieci volumi presentati al Parlamento il 5 febbraio 1991 e inviati a varie procure da una commissione d’inchiesta presieduta da Scalfaro.
La commissione aveva il compito di verificare l’ammontare dei finanziamenti per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma del 1980.
Di più.
Doveva controllare lo stato di avanzamento dei lavori, le modalità, l’impatto ambientale e territoriale.
Sull’impatto territoriale i tecnici del servizio Impatto ambientale del Min. dell’Ambiente parlarono chiaro: “la scelta dei tracciati dove ricostruire case, industrie e strade è avvenuta indipendentemente dalle condizioni geomorfologiche, geologiche e geotecniche dei terreni.
Macchina del Tempo - Maggio 1979
Il ministro del Lavoro Scotti è abbastanza seccato.
Sul tavolo l’ennesima patata bollente.
Questa volta il malumore deriva dall’ennesimo scandalo delle “pensioni d’oro”.
“Com’è possibile esistano ancora casi del genere. Basta!!!"
Il caso è quello del pilota collaudatore dell’Aeritalia Pietro Trevisan, ex ufficiale pilota dell'Aeronautica Militare.
Ha 50 anni e 16 anni di servizio effettivo.
Dopo aver riscattato altri 15 anni di servizio militare ha chiesto all’INPS quanto dovuto.
La cifra?
Oltre un miliardo di lire come capitalizzazione della metà della pensione e un ulteriore assegno mensile di quasi cinque milioni di lire per il resto della vita. Assurdo, ma incredibile a dirsi, tutto regolare.
Che ci faccio in questo luogo di dolore?
La logica conclusione, caro Johannes, dopo una vita passata a lottare contro i mulini a vento.
Perché nessuno mi vuole dare retta?
So di aver ragione, ne sono certo.
Sto impazzendo per questa cosa.
Perché mi hanno rinchiuso in manicomio?
«Converrai che la situazione ormai era critica.
I tuoi familiari non avevano scelta.
Ti sei messo a distribuire volantini con accuse ai tuoi colleghi un tantinello eccessivi, non credi?
Li hai definiti assassini.
Un modo strano per farti ascoltare».
Ma sono assassini.
Scrivi.
Oggi, 13 agosto 1865, nel letto di un manicomio, Ignác Fülöp Semmelweis dichiara che quei medici sono assassini.
Senti Johannes.
Ci siamo presentati con una stretta di mano.
Hai lavato le mani prima, vero?
Marzo 1958.
Che ci faccio chiuso in cella nel carcere Le Nuove di Torino?
Mi chiamo Aldo Cugini, discendente di una famiglia di imprenditori bergamaschi.
E’ successo tutto sabato 1° marzo quando sono stato prelevato dalla polizia nella mia casa in Via Foro Boario 11 a Bergamo.
Continuano a ripetermi di stare calmo, di non agitarmi, ma vorrei vedere loro al mio posto.
Devo sposarmi tra un mese, ho un sacco di cose da preparare, tra cui tutti i documenti e poi ci sono gli ultimi acquisti da fare.
Parlano di un omicidio.
Cosa c’entro io con un omicidio?
Ieri, lunedì 17 marzo, sono venuti a trovarmi.
Mio fratello, le mie due sorelle e la mia fidanzata, ma hanno autorizzato solo mio fratello per un incontro.
Che ho fatto di male per essere trattato così?
E’ tutto un equivoco, un errore, io non ho ucciso quell’uomo.