«Salve Livia. Ieri sera (qui bit.ly/3cktLHV) abbiamo raccontato la tua vita fino al matrimonio con Ottaviano. Divenuto in seguito Augusto.
Inizi da questo momento a tessere la tua tela.
Filo dopo filo. Il tuo fine?
Portare tuo figlio Tiberio sul trono imperiale».
Vedo che insisti.
Quello storico bugiardo ha scritto di “venefici assurdi” e “intrighi romanzeschi”.
Non potendomi accusare di infedeltà e dissolutezza è andato sul criminale.
Chissà quanta gente ho assassinato.
Sicuramente tutti quelli che intralciavano il mio disegno.
«O per vendetta.
Vogliamo parlare del tuo ex marito Tiberio Claudio Nerone?
Ti aveva ceduta a Ottaviano dandoti pure una dote.
Non si era battuto per difenderti.
Però dai, che poteva fare, opporsi e morire all’istante?
Morì nel 33 a.C.
Sai qualcosa del veleno che ingerì?»
Io ero lontana. Comunque se lo meritava.
Era un codardo.
Non puoi dimostrare niente Johannes, quindi perché parlarne.
Tacito di me racconta che ero una "moglie impeccabile". Mi occupavo personalmente della casa sul Palatino e cucivo gli abiti di Augusto.
Che vuoi da me.
«Ho letto Tacito. Sei stata un’ottima moglie.
Però parliamo di Marco Marcello, nipote di Augusto. Non avendo figli maschi, neppure da te, Augusto lo adottò, nominandolo suo erede.
Era figlio di Ottavia, sorella di Augusto, che tu odiavi. Stranamente Marcello morì a 19 anni».
E io che c’entro?
Ottavia era mia cognata e la odiavo, certo, ma Marcello, poco dopo le nozze, venne prostrato da una febbre violenta.
Venne affidato al miglior medico di Roma, Musa.
Lui guariva tutto con dei bagni di mare.
Con lui non funzionarono.
«Beh, Augusto aveva dato in moglie proprio a suo nipote Marcello, l’unica sua figlia Giulia.
Che così era diventato anche genero dell’Imperatore. Ottavia non ti volle al suo funerale.
E nemmeno tuo figlio Tiberio.
Che mi dici invece della morte dei fratelli Gaio e Lucio?»
Intendi i figli di Giulia avuti dal precedente marito Agrippa? Adottati da Augusto? E io che ne so.
O meglio.
So che Lucio morì a Marsiglia di una strana malattia.
E Gaio morì a Lymira, di un’altra strana malattia.
Eredi di Augusto, destinati a guidare l’Impero.
Quindi?
«Niente, strane queste morti.Tutti ostacoli tra tuo figlio Tiberio e la sua ascesa al trono. Era rimasto ormai solo lui, tuo marito Augusto. Lui si nutriva della frutta che coglieva nell’orto imperiale.Non notò quei fichi cosparsi di un liquido. Iniziò con la dissenteria, poi...»
Poi morì.
Ascolta Johannes. Non hai nessuna prova.
Solo stupide coincidenze.
Io per tutti rimango Livia Drusilla, moglie dell'imperatore Augusto, madre dell’Imperatore Tiberio, nonna di Germanico e Claudio, bisnonna dell’Imperatore Caligola e trisavola dell’Imperatore Nerone.
«Grazie al testamento di Augusto che, disperato, alla fine designò suo erede di primo grado tuo figlio Tiberio.
Non solo.
Tuo marito ti adottò come figlia, per permetterti di entrare a far parte della gens Giulia.
Pretendesti il titolo di "Augusta" e ti facesti divinizzare».
Tutto meritato.
Cinquantadue anni insieme.
Moglie fedele mentre Augusto si divertiva con Terenzia, moglie dell’amico Mecenate.
Di me, raccontano gli storici contemporanei, sempre dalla parte del bene, amata dal popolo.
Ingegno, coraggio e clemenza le mie virtù.
«Tutto vero. Augusto ti affidò il controllo delle sue finanze. E il timbro imperiale. La sua ultima frase? Livia, nostri coniugii memor, vive ac vale, Livia, nel ricordo della nostra unione, vivi e stai bene. Finalmente Tiberio poteva diventare Imperatore.
Un rapporto difficile»
Mio figlio Tiberio era come infastidito dalla mia presenza. Dal potere che avevo sul popolo romano.
Era sempre arrabbiato.
Forse perché mio marito Augusto lo aveva obbligato a lasciare la sua adorata moglie, Vipsania Agrippina, per sposare Giulia, sua figlia.
«Lui amava Vipsania.
Tra l’altro lei aspettava un figlio da Tiberio.
Che perse per la disperazione.
Sai benissimo che Augusto scelse Tiberio solo perché tutti quelli che lui aveva proposto per la sua successione erano morti.
Tacito descrive tuo figlio come un tiranno».
Tacito? Tacito? Buono quello.
Dovresti sapere cosa accade a chi non ha “buona stampa”.
Tacito era un aristocratico che rimpiangeva le istituzioni repubblicane.
Affidabile?
Scrive di mio figlio Tiberio negli Annales, sessant’anni dopo la sua morte. Per sentito dire.
«Vero, ma non possiamo definirlo fazioso o falso. Diciamo che ha dato più credito a certi fatti rispetto ad altri.
Come quelle due morti misteriose durante l’impero di tuo figlio Tiberio.
La morte di Agrippa Postumo, figlio di Agrippa.
E quella di Germanico».
Ancora con queste storie. Tacito incolpa me delle loro morti e Tiberio indirettamente.
Germanico, che aveva sposato la nipote di Augusto,
era il naturale successore di Tiberio.
La sua popolarità stava offuscando quella di mio figlio. Venne richiamato a Roma.
«Per poi morire ad Antiochia in modo misterioso. Troppi misteri in queste morti, non credi?
E dici di non saperne niente.
Resta il fatto che a un certo punto, stanco della tua influenza, tuo figlio si ritirò a Capri.
Ti venne a trovare quando ti ammalasti la prima volta».
Quando mi ammalai nuovamente, nel 29, lui non si mosse da Capri.
La mia morte non mitigò il suo astio nei miei confronti. Avevo ottantasei anni.
Lasciarono il mio corpo nel letto per giorni in attesa del suo arrivò.
Poi alla fine dovettero rassegnarsi a darmi sepoltura.
«Avevi fatto di tutto per lui. Di tutto.
Non venne nemmeno al tuo funerale.
Mandò Caligola per l’orazione funebre.
Ingrato, sicuramente.
Posso approfittare?
Puoi raccontare com’era la condizione delle donne romane ai tuoi tempi?
Anche loro portate per l’accudimento?»
Beh, duemila anni fa le cose erano sicuramente diverse rispetto alle donne di oggi. Almeno spero.
A Roma, pur non passandosela male come in Grecia, le donne vivevano in condizione di inferiorità rispetto agli uomini. Dovevano “accudire” padri, mariti, fratelli. Sempre sottomesse
«Già. Delle donne ne ha parlato Tito Livio.
Consigliando di stare attenti nel concedere dei diritti alle donne, perché “quando saranno uguali, saranno superiori”.Ma è vero che i mariti potevano ripudiarvi nel caso aveste fatto fare al fabbro una seconda chiave? Di quale stanza?»
Indovina. La chiave della cantina.
Si diceva che il vino era foriero di eccitazione erotica, per quello era severamente vietato alle donne romane. Ma questo accadeva anni fa.
Sotto Augusto noi donne abbiamo accompagnato i nostri mariti nei piaceri del cibo e del bere.
«Grazie Livia della chiacchierata. Molto interessante. Abbiamo visto come “hai imposto” all’impero romano la discendenza dei Claudi.
Ma la domanda rimane sempre la stessa.
La vera Livia Drusilla è quella mite, amorevole e saggia, o quella ambiziosa, sanguinaria e crudele?».
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Le chiamo “le vittime invisibili”.
Come Maria Monchietti, per esempio.
Il luogo?
Ceretto Lomellina.
Il tempo?
Il 1921, quando gli squadristi fascisti erano all’opera, assoldati dagli agrari e dagli industriali.
Il soldo era di 40 lire giorno per gli agrari di Mortara.
Come riferisce il settimanale “la nuova terra” del 1° marzo 1921: «l’opera di ingaggio dei fascisti è affidata al signor Franciosi.
Egli fece la spola tra le città esportatrici e riuscì ad assicurare importanti scritture».
Squadristi ingaggiati per «educazione e difesa sociale».
E’ la sera del 22 marzo 1921 quando Maria Monchietti, al primo piano, si accorge che di sopra ha lasciato la lampada accesa.
Si avvia su per le scale per spegnerla.
Una volta spenta si avvicina alla finestra per chiudere l’anta.
Vede i fascisti sparare alla gente per strada.
“Nessun fiocco di neve si sente mai responsabile in una valanga.”
(Stanisław Jerzy Lec)
Quello che segue è il testo della canzone "Matamoros Banks", cantata da Bruce Springsteen.
Racconta la storia del mio viaggio alla ricerca di un futuro migliore.
“Ogni anno molte persone
muoiono attraversando deserti
montagne e fiumi dei nostri confini meridionali
in cerca di una vita migliore
qui seguo il viaggio al contrario
dal corpo sul letto del fiume
all’uomo che cammina per il deserto
verso le rive del Rio Grande.
Per due giorni il fiume ti tiene giù
poi sali alla luce senza un suono
passi i luoghi di villeggiatura e vuoti
scali di smistamento
le tartarughe mangiano la pelle dai tuoi occhi
così giacciono aperti alle stelle.
Dai via i tuoi vestiti
Tempo fa vi ho parlato dei 20 bambini ebrei del campo di Neuengamme.
Provengono da Francia, Paesi Bassi, Jugoslavia, Polonia, e uno dall'Italia.
Si chiama Sergio De Simone, un bambino napoletano di circa 7 anni.
Vengono assegnati alla baracca n. 11.
Iniziano gli esperimenti.
Il dottor Kurt Heissmeyer fa incidere la pelle sul torace dei bambini.
Sotto l’ascella destra, con tagli a X, lunghi circa cinque centimetri.
Poi introduce con una spatola i bacilli della tubercolosi.
Nelle carte del processo tenutosi ad Amburgo si legge: “Tieniti forte, ho una notizia non proprio piacevole. C’è un ordine di esecuzione da Berlino. Devi eliminare i bambini con il gas o con il veleno".
E' il diciannove aprile del 1945.
Quando tutto ebbe inizio?
Esattamente il 6 gennaio 1929, nevicava e faceva freddo.
Chi lo conosceva lo definiva “un essere insignificante”, ventinove anni, miope, tale da costringerlo a portale lenti molto spesse.
Proveniva alla classica famiglia borghese di Monaco di Baviera.
Lui ci aveva provato a fare carriera in ambito militare, ma non era andato più in là del grado di allievo ufficiale.
Essendo lui e la famiglia in difficoltà economiche aveva deciso di donare le sue braccia all’agricoltura.
Voleva diventare agronomo
Per questo si era iscritto all’università.
Mettendosi subito in mostra.
Tranquilli, non come studente.
Tutti lo conoscevano perché alle feste universitarie si presentava sempre vestito da sultano turco.
Teneva un diario dove scriveva il nome delle ragazze che lo respingevano.
Come è potuto accadere che una civiltà come quello tedesca, tra le più colte e tolleranti del mondo contemporaneo, abbia potuto condividere un male assoluto e incomprensibile come il nazismo?
"Erano semplici operai, commercianti, artigiani, impiegati, imprenditori, uomini comuni.
Fu data loro la possibilità di scegliere.
Preferirono trasformarsi in mostri".
E questa la loro storia.
Strana la vita.
Ad Amburgo avevo una bottega di barbiere e ora, senza nemmeno sapere esattamente il perché, mi ritrovo in Polonia.
Faccio parte della prima compagnia del battaglione cui è stato assegnato il compito di pacificare una zona appena conquistata.
Almeno credo
Oggi ci prenderemo la nostra rivincita.
Gli americani hanno fatto un grosso sbaglio a saccheggiare e bruciare edifici pubblici e privati a York (che oggi chiamate Toronto), allora capitale dell'Alto Canada.
Diremo la parola fine alle loro mire espansionistiche e imperialiste.
Sono il vice ammiraglio scozzese Sir Alexander Cochrane, comandante in capo della North America and West Indies Station.
E oggi è il grande giorno.
Non abbiamo voluto tenere segrete le nostre intenzioni.
Tanto so cosa sta pensando il loro Segretario alla Guerra John Armstrong.
"Non verrebbero con una flotta del genere senza l'intenzione di colpire da qualche parte.
Ma di certo non verranno qui!
Che diavolo faranno qui?
No! No!
Baltimora è il posto.
Questo è di gran lunga più importante".
Stupido americano.
Invece noi siamo proprio qui.