A San Pietroburgo una nonnina è stata fermata perché aveva un cartello con scritto “No alla guerra”.
Mentre veniva portata via continuava a ripetere: "Ragazzi, sono una sopravvissuta all'assedio (blokada) di Leningrado".
Perché ripeteva quella frase? Quale il significato?
L’assedio di Leningrado.
Chissà se quei poliziotti conoscono la storia di quell’assedio.
Lei era solo una bambina, ma magari i suoi genitori facevano parte delle 470.000 persone decorate al valore dopo l'assedio.
Leningrado, il vecchio nome di San Pietroburgo.
Fondata il 27 maggio 1703, quando Pietro il Grande fece iniziare gli scavi della fortezza dei Santi Pietro e Paolo.
Pietro il Grande amava l’Europa tanto da vivere e studiare per un certo tempo sotto mentite spoglie nei Paesi Bassi.
Si innamorò di quei luoghi.
Pietro il Grande diede alla sua nuova città il nome San Pietroburgo in omaggio a San Pietro Apostolo, che lo zar considerava il proprio patrono.
La chiamava però alla maniera olandese, “Sankt Pieter Burkh”.
Nel 1914 l'imperatore Nicola II ordinò di ribattezzarla “Petrograd”, “la città di Pietro”.
Dieci anni dopo la morte del leader sovietico Vladimir Lenin il consiglio comunale di Pietrogrado propose di cambiare il nome della città in Leningrado.
Una città importante. Quando...
30 agosto 1941.
Leningrado ha tre milioni di abitanti.
La guerra ha colto di sorpresa gli abitanti. La vita scorreva tranquilla. Il 21 giugno 1941 al teatro Marinski avevano dato “Romeo e Giulietta” e negli studi della Len-film il primo ciak sulla biografia del musicista Glinka
Ma c’era qualcosa di strano nella ex fabbrica di catrame dove Lenin aveva proclamato la vittoria della rivoluzione bolscevica.
I presenti avevano ricevuto uno strano avvertimento. “Non allontanatevi troppo. Nel corso della notte accadrà qualcosa”.
Ma che cosa?
Esattamente il 22 giugno del 1941.
Con la denominazione di “Operazione Barbarossa”.
A Berlino avevano previsto di conquistare l’intero Baltico in 6/8 settimane.
Non era un segreto.
La sera prima un disertore tedesco si era presentato alla frontiera con clamorose rivelazioni.
Si chiamava Alfred Liskof (almeno così diceva di chiamarsi) e aveva rivelato dell’aggressione.
Giorno e ora. Che si rivelerà poi esatta.
Di comando in comando quell’informazione era arrivata a Stalin.
Di quell’informazione non ne tenne conto.
Era impossibile, dai.
E così a nord i tedeschi e 14 divisioni finlandesi avevano iniziato l’offensiva.
Però i cannoni tuonavano ancora troppo lontano dalla città. E poi era domenica. Un giorno di festa.
Almeno fino a mezzogiorno, quando le radio iniziarono a gracchiare “Attenzione! Attenzione!”.
“Senza dichiarazione di guerra e senza che alcuna richiesta fosse avanzata nei confronti dell’Unione Sovietica, le truppe tedesche hanno attaccato la nostra frontiera ed effettuato bombardamenti aerei.
Il governo invita uomini e donne a stringersi intorno al partito…”
Non era stato Stalin a parlare al popolo, ma Molotov.
Il motivo? Stalin dopo l’attacco tedesco era caduto in uno stato psichico che gli impediva persino di prendere decisioni.
Si riavrà, ma si farà sentire solo il 3 luglio.
E il 7 novembre, con il primo discorso di guerra.
I giovani non avevano aspettato un suo discorso. Fin dal primo giorno erano corsi in massa ai centri di arruolamento. In una settimana erano già 212.000. Leningrado da città pacifica iniziò a trasformarsi in una città pronta alla difesa. Il teatro fu ricoperto da teloni mimetici
Le cupole delle chiese, che erano dorate, furono abbrunate da alpinisti.
Una lunga catena di palloni fu alzata in cielo in funzione antiaerea.
E iniziato a far sfollare i bambini.
Furono allontanati dalla città i primi 400.000.
Parola d’ordine per gli altri? Resistere.
Il pericolo non sembrava così vicino e molti si allontanarono nelle campagne circostanti.
Dove saranno raggiunti dall’avanzata tedesca.
Intanto il 70% degli iscritti del Partito Comunista Leningradese e il 90% dei giovani comunisti si arruolarono spontaneamente.
Il 10% di tutta la produzione industriale dell’Unione Sovietica era concentrata a Leningrado. Idroturbine, caldaie, generatori elettrici, macchine utensili. E poi la produzione metalmeccanica. I cantieri navali baltici. Alcune industrie iniziarono il montaggio dei carri armati KV
Quelle iniziative sarebbero servite?
I tedeschi stavano distruggendo i ponti.
Bastò poco per ridurre Leningrado a una città assediata.
Il generale tedesco Ritter voon Leeb era sicuro di sé, tanto da distribuire ai suoi soldati opuscoli e guide per visitare in seguito la città.
Aveva persino già organizzato un banchetto all’Hotel Astoria che si trovava nei pressi della cattedrale di Sant’Isacco. Si sarebbe svolto di lì a pochi giorni. Appena le forze armate tedesche fossero riuscite ad entrare trionfanti.
In fondo si trattava solo di aspettare.
All’inizio dell’assedio il centro di controllo della città fu creato nei sotterranei dello Smonli.
I marescialli Voroshilov e Zhukov prepararono un piano di difesa.
Per prima cosa pensarono ai rifornimenti alimentari dopo l’incetta di viveri all’annuncio della guerra.
71 i magazzini principali.
800 i grammi di pane fissato per gli operai, 600 per gli impiegati, 400 per tutti gli altri.
La carne dai 600 grammi ai due chili a seconda delle categorie.
L’8 settembre 1941 i tedeschi distrussero il più grande deposito di generi alimentari.
Gli Junker tedeschi scaricarono migliaia di bombe scatenando 178 incendi.
L’inventario della merce rimasta: farina per 35 giorni; carne per 33; grassi per 45; zucchero per 60.
Il 12 settembre le razioni furono dimezzate.
L’invito alla popolazione fu quello di mangiare di meno.
Leningrado poteva essere salvata?
Nessuno si pose il problema.
Resistenza a oltranza fu da subito la risposta.
La città venne divisa in 6 settori. Le vie furono ostruite da barricate di cemento. I numeri civici cancellati. Le fognature diventarono l’unico mezzo di collegamento
Ogni quartiere era presidiato da un battaglione di operai con mitragliatrici e mortai.
La fantasia divenne prioritaria.
Operai dello stabilimento Jegorev s’inventarono un porcospino in acciaio capace di impigliarsi tra i cingoli dei carri armati tedeschi.
In attesa dello scontro finale le donne andavano a cercare qualcosa da mangiare con i bambini aggrappati alle gonne.
Gli operai si dividevano tra il lavoro e difesa.
Hitler tempestava von Leeb affinché concludesse l’operazione.
Ma lui puntava su un grande alleato: la fame.
E qui finisce la prima parte.
Siamo solo all’inizio dell'assedio e sta arrivando l'inverno.
Dall'altra parte Hitler ha fretta.
Anche i suoi ufficiali sul campo.
C'è sempre quel banchetto già organizzato dal Feldmaresciallo Ritter von Leeb all’Hotel Astoria.
A domani.
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Che la CIA fosse coinvolta nell’organizzazione di colpi di stato, di omicidi, sperimentazioni umane e violazioni dei diritti umani, agendo spesso al di fuori delle norme internazionali per perseguire gli interessi degli Stati Uniti, lo sapevo da tempo.
Fin dalla sua nascita.
Come in Grecia nel 1947.
Quando la Gran Bretagna interruppe i finanziamenti all’esercito greco nella sua campagna contro l’ala militare del Partito Comunista.
Chi fornì armi e soldi per aiutare il governo greco a sconfiggere quelli che loro chiamavano ribelli?
Proprio la CIA.
O in Giappone con Nobusuke Kishi accusato di crimini di guerra dopo la sconfitta del Giappone.
Fu rilasciato nel 1949 perché, conoscendo la sua ostilità verso il partito comunista, la CIA lo considerava un perfetto alleato.
La CIA gli diede i fondi per salire al potere nel 1957.
Che la guerra non sarebbe durata pochi mesi, lo capimmo da subito.
Altro che passeggiata militare.
La fortuna per noi giornalisti è che in Vietnam gli americani ci consentivano totale libertà di movimento.
L’unico obbligo era quello di indossare uniformi americane.
Naturalmente senza simboli.
Per motivi di sicurezza, ci avevano detto.
Dove trovarle nuove di zecca?
Naturalmente al mercato nero, dove potevi comprare di tutto.
Altro che passeggiata militare.
Ricordo che una volta partecipai ad un’operazione di «search and destroy».
L’obiettivo era “cercare e distruggere” un gruppo di una trentina di viet cong nei pressi di un villaggio.
Ma l’amico Egisto Corradi lo aveva scritto con un titolo a sei colonne: «Gli americani in Vietnam combattono come se fossero sordi e ciechi».
In effetti come dargli torto.
“Le dittature, tanto di destra come di sinistra, non mi sono mai andate a genio.
Purtroppo ci sono persone a cui piacciono i dittatori”.
Non mi tirai indietro quando fu indetto quel referendum.
L’esito era incerto.
Io molto conosciuto.
"Rey del metro cuadrado" mi chiamavano.
Era il 1988 e il mio Paese, il Cile, da anni era un paese triste, che non sorrideva più.
Molti sparivano nel nulla.
La tortura era all’ordine del giorno.
Una continua violazione dei diritti umani.
Per quello intervenni in quel referendum, schierandomi pubblicamente per il NO.
La Costituzione entrata in vigore nel 1981 stabiliva che fosse effettuato un referendum al termine del primo mandato presidenziale.
Votare "SI" significava confermare Pinochet, il "No" avrebbe portato a nuove elezioni.
Come potevo tirarmi indietro?
Non lo avevo mai fatto.
Tempo fa Johannes vi ha raccontato la storia del calciatore cileno Carlos Caszelye e della partita fantasma disputata a Santiago su ordine di Pinochet.
Ricordando con dolore quell'11 settembre 1973 che cambiò la storia del Cile.
Ha solo accennato ai caccia Hawker Hunter di fabbricazione britannica che quel giorno sganciarono bombe incendiarie sul Palacio de la Moneda dove aveva sede il governo democratico di Salvador Allende.
Lui era lì.
Ma non era solo.
Io ero con lui, con il Presidente Allende.
Quando ero entrata nel Palazzo presidenziale quella mattina mai avrei immaginato quello che stava per accadere.
Che ci facevo nel palazzo?
Mi chiamo Beatriz, per amici e famiglia “Tati”.
Figlia del Presidente Allende.
Antonino Saetta era a Genova durante il processo alle BR.
Poi era rientrato a Palermo.
Come Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta si occupa di un importante processo di mafia che riguarda anche l'uccisione del giudice Rocco Chinnici.
Era stato difficile trovare magistrati disposti a presiedere il maxiprocesso, ma alla fine alcuni si erano offerti.
Uno di questi è lui, Antonino Saetta, un uomo schivo, un uomo di legge molto riservato.
Lavora a Palermo e il fine settimana torna al paese, a Canicattì.
Sono passati pochi mesi dalla conclusione del processo e pochi giorni dal deposito della motivazione della sentenza che ha condannato all'ergastolo gli imputati.
Antonino è stanco dei processi di mafia.
Subito dopo il processo la sua villa di Punta Raisi era stata bruciata.
Mario ha 33 anni adora i genitori ed è innamoratissimo della moglie e dei suoi quattro bambini.
Gli piace giocare a pallone e ha messo su, in via Papireto a Palermo, una squadra di calcetto.
Per il suo fair-play i compagni lo chiamano il “Facchetti”.
Mario è maresciallo ordinario dei carabinieri.
Oggi è in ferie, ma lo hanno appena chiamato.
Un collega si è ammalato.
Si offre subito per sostituirlo.
Lui è cosi, sempre disponibile, pronto a dare una mano a tutti.
Salvatore, appuntato dei carabinieri, ha anche lui quattro figli.
Nella sua vita professionale si è distinto in varie operazioni e ha ricevuto due encomi solenni.
Uno di questi, tempo fa, dal Generale Dalla Chiesa in persona.