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Mar 24, 2022 25 tweets 8 min read Read on X
Diario di bordo, 8 marzo 1943.
Siamo appena stati colpiti dalle bombe di profondità lanciate da un aereo americano, un PBY Catilina, e ci stiamo inabissando.
I miei uomini hanno giurato da tempo di seguirmi fino in capo al mondo.
E’ ciò che sta accadendo.
E mi dispiace.
La guerra è qualcosa di crudele, come mai avrei immaginato, dopo quello che successe quel giorno.
Da allora sono cambiato.
Non sono più il comandante di un tempo, cinico e spietato.
Mi chiamo Werner Hartenstein, comandante del sommergibile tedesco U-156.
Mi chiedo se ne sia valsa la pena.
Morire a soli 35 anni, intendo.
Come ho fatto a non capirlo prima.
Perché c’è voluto quel maledetto giorno per farmi capire quanto sia assurda la guerra.
Abbiamo aria a sufficienza per potervi raccontare quel giorno nefasto.
Ritengo però doveroso partire dall’inizio.
Sono nato il 27 febbraio 1908 a Plauen nel Vogtland, nel Regno di Sassonia.
Dopo la laurea avevo fatto domanda di entrare nella marina, ma mi avevano scartato.
Studiai anche giurisprudenza, sempre con quel sogno.
Nel 1928 finalmente accolsero la mia richiesta.
Molti i corsi di formazione.
Quando lui andò al potere, nel 1933, pensò di riarmare la marina tedesca.
Nel 1935 la Reichsmarine venne ribattezzata Kriegsmarine.
Iniziai come ufficiale di guardia sulla torpediniera Greif.
Mi trovavo su una torpediniera anche allo scoppio della guerra.
E feci un ottimo lavoro, tanto da meritarmi la Croce tedesca in oro (Deutsches Kreuz in Gold) il 2 febbraio 1942.
Fu lo stesso Karl Dönitz ad appuntarmela sul petto. Un grandissimo onore.
Per farla breve, in seguito venni assegnato, per meriti, al comando del sommergibile U-156, U-boot Tipo IXC. Ero un giovane capitano di corvetta di 34 anni quando presi quella decisione. Sei mesi fa.
Esattamente alle ore 20 del 12 settembre 1942.
Ricordo che accompagnai quell’ordine con un “Buon appetito, signori inglesi”.
Convinto di aver preso la decisione giusta.
Avevo avvistato quella grande nave inglese mentre avanzava zig-zagando e a luci spente. Era quindi una nave che trasportava truppe. Inglese lo era per certo
Eravamo nei pressi dell’isola di Ascensione, Africa Occidentale.
Ne lanciai due. Di siluri, intendo.
A segno entrambi.
Uno dritto nel centro e uno nella parte posteriore. La nave inglese iniziò a imbarcare acqua e ad affondare. Esultai.
Senza sapere cosa diavolo avevo fatto.
Quella nave era il Laconia e non trasportava militari inglesi. A bordo c’erano, come passeggeri, decine di ufficiali inglesi con mogli e bambini che rientravano da Suez in Gran Bretagna.
E un gruppo di guardie polacche con funzioni di sicurezza.
Circa 900 persone.
Vi giuro che non sapevo che nelle stive c’erano stipati all’inverosimile 1.800 prigionieri.
Non sapevo che erano rinchiusi tra solidi cancelli metallici. Insomma.
Ancora non sapevo di aver affondato, senza saperlo, un transatlantico che trasportava prigionieri di guerra.
Non sapevo nemmeno che il siluro al centro aveva spazzato via la stiva n.4, uccidendo sul colpo 450 di quei prigionieri.
Sentivo le urla di donne e bambini mentre la nave si stava inabissando, ma non le urla dei prigionieri bloccati dai cancelli.
Intrappolati come topi.
Le guardie polacche non volevano aprire i cancelli, ma mentre gli uomini delle prime file venivano schiacciati, i cancelli avevano ceduto. Un fiume di esseri umani si riversò sui ponti. Meglio morire all’aria aperta piuttosto che annegare. Ma niente posto per loro nelle scialuppe
Rudolph Sharp, il comandate del Laconia sapeva che sarebbe affondato con sua la nave. Per questo lanciò, non il classico SOS, ma un SSS. Avvisando che era stato affondato da un sottomarino.
Con le coordinate, per dare una posizione ad altri navi per il recupero dei sopravvissuti
Vidi molti uomini gettarsi in acqua.
Il mare non era mosso, ma avevano un problema ben più grave e pericoloso.
Le acque erano infatti infestate di pescecani.
Avevo lanciato i siluri stando in superficie per quello vidi immediatamente tutti quegli uomini gettarsi in mare.
Senza esitare lanciai i canotti di salvataggio.
“Aiuto! Aiuto!” urlarono i primi naufraghi presi a bordo. Italiani? Ma che ci fanno gli italiani su una nave inglese?
Le notizie del comando tedesco mi confermarono che il Laconia trasporta 1.800 prigionieri italiani. Alleati.
Solo allora compresi cosa avevo fatto. Diedi ordine di ripescare tutti gli uomini in mare.
Ma erano tutti feriti. Ai polpacci, ai talloni, alle natiche. Per quei maledetti pescecani.
E poi tutte quelle scialuppe con donne e bambini. Erano inglesi, ma non potevo lasciarli morire
Però dovevo anche pensare ai miei uomini.
Il Laconia aveva dato la sua posizione e potevano giungere altre navi inglesi.
Chiamai il Quartier Generale della Marina tedesca a Parigi per parlare con il vice ammiraglio Karl Donitz.
A lui chiesi istruzioni su come muovermi.
Mi sarei aspettato un “Li lasci al loro destino”.
Ma lui era prima di tutto un “marinaio” e non poteva lasciar morire in mare dei naufraghi.
Forse perché erano anche soldati di un Paese alleato? Forse.
Mi ordinò di rimanere sul posto e salvare il maggior numero di persone.
Non potevo certo imbarcare da solo centinaia di persone, per quello Donitz ordinò ad altri tre altri sottomarini di raggiungermi sul posto.
Si trattava dell’U-507 con al comando Harro Schacht, l’U-506 comandato da Erich Wundermann e l’U- 459 comandato da Georg von Wilamowitz.
Ma non sarebbe bastato a salvare tutti. Fu allora che feci quella proposta a Donitz. Gli chiesi di inoltrare una richiesta piuttosto inusuale, giustificata dalla drammaticità del momento. Ci potevano essere altre navi nelle vicinanze. Anche nemiche, che avrebbero potuto aiutarci.
Per quello gli chiesi di proporre “la neutralizzazione diplomatica del luogo dell’inabissamento”. Una sorta di “tregua” eccezionale per salvare tutti insieme, amici e nemici, il maggior numero di naufraghi.Purtroppo Donitz rifiutò. Aveva paura di un rifiuto da parte degli inglesi
Ma qualcosa fece lo stesso.
Contattò la Regia Marina Italiana dislocata a Bordeaux. Che attivò il sommergibile “Comandante Cappellini” con al comando il tenente di vascello Marco Revedin.
E poi il governo di Vicky.
Da Dakar partirono tre navi da guerra francesi per aiutarci.
Erano il Dumont d’Urville, l’Annamite e il Gloire. Finalmente il 15 settembre arrivarono a darmi una mano i tre U-Boot tedeschi e il Comandante Cappellini.
Potevamo ora procedere al meglio per mettere in salvo tutte quelle persone.
Finalmente.
Tirai un sospiro di sollievo.
Io, Werner Hartenstein, comandante del sommergibile U-156, pensai di aver fatto tutto il possibile per conciliare le esigenze della guerra con l’umanità richiesta dalle regole del mare. Non sapevo ancora quello che stava per accadere. Ma quel rumore era inconfondibile.
A domani.

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Feb 16
A cosa sto pensando?
In attesa della gara dei quarti di finale della mia gara olimpica sui 1000 m. dello short track ripenso alla mia carriera, a quello che è stato e a quello che avrebbe potuto essere.
Se non ci fosse stato quel brutto incidente. Image
Se oggi non lotterò per una medaglia è colpa di quell’episodio.
Non sono più competitivo.
Difficile persino superare il turno.
Sono alle Olimpiadi di Salt Lake City del 2002, prossimo al ritiro.
Mi è costato arrivare qui.
Costretto persino a lavorare per avere i soldi necessari.
Nel mio Paese, l’Australia, il mio sport non è molto diffuso, ma io sono bravo.
O meglio.
Ero bravo.
Talmente bravo da vincere tre medaglie ai mondiali.
Oro nel 1991, bronzo nel 1993, argento nel 1994 oltre alla medaglia di bronzo nei 5000 m. staffetta alle Olimpiadi del 1994
Read 18 tweets
Feb 15
Il New York Times mi ha dedicato un bellissimo necrologio, scrivendo alla fine “una modesta casalinga che non ha mai pensato di aver fatto qualcosa di straordinario".
Effettivamente è così.
Mai pensato.
Fino all’ultimo giorno della mia vita, il 2 maggio 2008.
Maledetta polmonite
Avevo 68 anni, ma a dire il vero la mia vita era già terminata quel giorno, il 22 luglio 1975, quando un camion guidato da un ubriaco ci aveva travolti uccidendo sul colpo il mio Richard.
Aveva solo 41 anni, sapete?
Io 36.
Viva, ma da quel giorno senza un occhio. Image
“Loving v. Virginia 388 U.S. 1967”, non vi dice niente? Tranquilli, è normale.
Oggi per voi molte cose sono scontate.
Non era così a miei tempi, nel 1958.
In Virginia non era scontato per un uomo nemmeno innamorarsi e sposare una donna.
Perché dipendeva dal tipo di donna.
Read 20 tweets
Feb 11
"Ilia Malinin ha sconvolto le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 riportando sul ghiaccio il backflip" riportano i giornali.
Il Il backflip (flip all'indietro) è un salto mortale all'indietro.
Difficilissimo.
E soprattutto pericolosissimo. Image
Per eseguirlo bisogna pattinare su un filo indietro, compiendo una puntata con la gamba libera (la destra per i pattinatori destrimani) per poi darsi lo slancio per completare la rotazione in aria.
Come lo so?
Mettetevi comodi.
E leggete questa storia.
La mia. Image
Perché non ho mai vinto le Olimpiadi?
Bella domanda.
So solo che ad ogni partecipazione era sempre la solita storia: “non corrisponde agli schemi tradizionali”.
Mi chiedo, ma quale progresso puoi ottenere seguendo solo schemi tradizionali, facendo sempre le stesse cose?
Read 20 tweets
Feb 3
Le chiamo “le vittime invisibili”.
Come Maria Monchietti, per esempio.
Il luogo?
Ceretto Lomellina.
Il tempo?
Il 1921, quando gli squadristi fascisti erano all’opera, assoldati dagli agrari e dagli industriali.
Il soldo era di 40 lire giorno per gli agrari di Mortara.
Come riferisce il settimanale “la nuova terra” del 1° marzo 1921: «l’opera di ingaggio dei fascisti è affidata al signor Franciosi.
Egli fece la spola tra le città esportatrici e riuscì ad assicurare importanti scritture».
Squadristi ingaggiati per «educazione e difesa sociale».
E’ la sera del 22 marzo 1921 quando Maria Monchietti, al primo piano, si accorge che di sopra ha lasciato la lampada accesa.
Si avvia su per le scale per spegnerla.
Una volta spenta si avvicina alla finestra per chiudere l’anta.
Vede i fascisti sparare alla gente per strada. Image
Read 25 tweets
Jan 29
“Nessun fiocco di neve si sente mai responsabile in una valanga.”
(Stanisław Jerzy Lec)

Quello che segue è il testo della canzone "Matamoros Banks", cantata da Bruce Springsteen.
Racconta la storia del mio viaggio alla ricerca di un futuro migliore.
“Ogni anno molte persone
muoiono attraversando deserti
montagne e fiumi dei nostri confini meridionali
in cerca di una vita migliore
qui seguo il viaggio al contrario
dal corpo sul letto del fiume
all’uomo che cammina per il deserto
verso le rive del Rio Grande.
Per due giorni il fiume ti tiene giù
poi sali alla luce senza un suono
passi i luoghi di villeggiatura e vuoti
scali di smistamento
le tartarughe mangiano la pelle dai tuoi occhi
così giacciono aperti alle stelle.
Dai via i tuoi vestiti
Read 14 tweets
Jan 27
Tempo fa vi ho parlato dei 20 bambini ebrei del campo di Neuengamme.
Provengono da Francia, Paesi Bassi, Jugoslavia, Polonia, e uno dall'Italia.
Si chiama Sergio De Simone, un bambino napoletano di circa 7 anni.
Vengono assegnati alla baracca n. 11. Image
Iniziano gli esperimenti.
Il dottor Kurt Heissmeyer fa incidere la pelle sul torace dei bambini.
Sotto l’ascella destra, con tagli a X, lunghi circa cinque centimetri.
Poi introduce con una spatola i bacilli della tubercolosi. Image
Image
Nelle carte del processo tenutosi ad Amburgo si legge: “Tieniti forte, ho una notizia non proprio piacevole. C’è un ordine di esecuzione da Berlino. Devi eliminare i bambini con il gas o con il veleno".
E' il diciannove aprile del 1945.
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