Ha praticato con successo la medicina e l’ingegneria ed è fonte di ispirazione per milioni di persone in tutto il mondo, ma se avesse ascoltato i suoi insegnanti avrebbe dovuto lasciar perdere la scienza e la tecnica. È Mae Jemison, la prima astronauta afroamericana.
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Mae Carol Jemison nasce in Alabama nel 1956, ma cresce a Chicago. Fin da bambina mostra interesse per la scienza e quando vede nella serie televisiva Star Trek il tenente Uhura interpretato da Nichelle Nichols, afroamericana come lei, si appassiona anche allo spazio.
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Sono gli anni del programma Apollo: tutti sono entusiasti per lo sbarco sulla Luna, ma a lei dà veramente fastidio che non ci siano astronaute donne. Non sa ancora che sarà una delle prime.
A otto anni inizia a studiare danza e pratica diversi generi, dal balletto classico alla danza africana e giapponese. A quattordici anni fa un provino per il ruolo principale di Maria nel musical West Side Story, ma viene scelta come ballerina di riserva.
I genitori incoraggiano il suo amore per la scienza: una volta quando le si infetta un dito dopo una ferita la madre oltre a curarla ne approfitta per farle fare una ricerca sul pus.
Non fanno altrettanto gli insegnanti: all’asilo, quando dice che da grande vuole fare la scienziata la maestra risponde «Intendi l’infermiera, giusto?»
All’università le stesse domande che vengono trattate con sufficienza quando provengono da lei sono elogiate come molto intelligenti quando le fanno i suoi compagni maschi e bianchi. Ma lei va avanti per la sua strada e dimostrerà di avere una marcia in più di tutti gli altri.
È infatti una studentessa eccezionale e si porta avanti di diversi anni: inizia le scuole superiori a 12 anni e l’università (alla prestigiosa Stanford) a 16. Verso la fine dell’università è indecisa se tentare una carriera da ballerina o studiare medicina.
Sua madre la convince a scegliere la seconda strada e a mantenere la danza come hobby. «Puoi sempre ballare se sei un medico, ma non puoi fare il medico se sei una ballerina.»
A Stanford prende due lauree triennali, in ingegneria chimica e in studi africani e afroamericani.
Si laurea anche in medicina alla Cornell University di New York ed entra a far parte dei Peace Corps, un gruppo di volontari creato dal presidente Kennedy che fornisce assistenza medica nei Paesi in via di sviluppo. Presta servizio in Liberia e in Sierra Leone.
Durante questo periodo, un volontario si ammala e un altro medico gli diagnostica erroneamente la malaria. La condizione del volontario peggiora rapidamente e Jemison si convince che si tratti di meningite, da curare immediatamente in Europa.
Richiede un aereo dell’aeronautica militare per trasportare il volontario in Europa, al costo di 80.000 dollari. L'ambasciata mette in dubbio la legittimità della richiesta ma Jemison risponde: «Non ho bisogno del permesso di nessuno per una decisione medica.»
Quando l'aereo arriva in Germania con Jemison e il volontario a bordo, è rimasta con lui per 56 ore. È proprio meningite, ma grazie a lei il paziente sopravvive.
Nel 1985 si candida come astronauta alla NASA, ma dopo il disastro dello Shuttle nel 1986 la selezione viene rimandata. Nel 1987 ci riprova ed è tra i 15 prescelti, su oltre 2000 candidati.
Nel 1989 viene scelta come specialista di missione per il volo dello Shuttle STS-47, che avviene nel 1992. È la prima donna afroamericana ad andare nello spazio. Durante la sua permanenza sullo Shuttle compie diversi esperimenti medici.
A ogni turno inizia le comunicazioni con la frase «Frequenze di chiamata aperte», una citazione da Star Trek.
Nel 1993 lascia la NASA. Lancia una fondazione a cui dà il nome della madre e crea diverse aziende private in settori legati allo spazio. È determinata a sfruttare la notorietà guadagnata come astronauta per promuovere diverse cause:
l’alfabetizzazione scientifica, in particolare nei confronti delle minoranze, il riscatto della comunità afroamericana, il miglioramento della sanità nel Terzo Mondo.
Sempre nel 1993 diventa protagonista della trasmissione che l’ha ispirata a diventare astronauta: è il tenente Palmer in un episodio di Star Trek. Sul set a vederla c’è anche Nichelle Nichols, il suo idolo da ragazza.
Ma la celebrità non la mette del tutto al riparo dalle discriminazioni. Nel 1996 denuncia un poliziotto texano per brutalità, dopo un fermo che le procura diversi lividi e una ferita alla testa. Dopo un’inchiesta interna il poliziotto viene assolto.
Nel 2017 diventa un personaggio LEGO insieme a Margaret Hamilton, Sally Ride e Nancy Roman.
Nel 1992 la sua scuola superiore la celebra. Gli studenti la acclamano come una rockstar. Lei si commuove e li ringrazia con queste parole: «Non ascoltate le persone che vi vogliono limitare a causa della loro immaginazione limitata.» Lei non si è lasciata limitare.
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È il primo maggio 1990. Mentre in Italia ci stiamo preparando ai mondiali di calcio di Baggio e Schillaci, la rete di antenne radio della NASA riceve dalla sonda Voyager 1 una serie di fotografie scattate tre mesi prima e non previste dal programma della missione. Una di queste, a prima vista poco appariscente, è destinata a entrare nella storia.
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Facciamo un passo indietro. Il 5 settembre 1977 vengono lanciate da Cape Canaveral le sonda gemelle Voyager 1 e 2 con una vita prevista di tre anni, fino all’incontro con le lune di Saturno. In realtà la missione dura molto di più e, nel 1990, dopo anni di discussioni, l’astronomo Carl Sagan convince la NASA a far ruotare all’indietro una fotocamera di una delle due sonde in modo da fare un’ultima fotografia ai pianeti del Sistema Solare, prima di allontanarsi troppo.
Delle due fotocamere a bordo di Voyager 1 viene usata quella con risoluzione più alta e angolo di visuale più stretto. Nel momento in cui viene scattata la fotografia, il 14 febbraio 1990, la sonda si trova a 6 miliardi di km dalla Terra, ossia 40 volte la distanza tra la Terra e il Sole, e si sta allontanando alla velocità di 64.000 chilometri all’ora. Da questa distanza si vedrà pochissimo, ma Sagan intuisce che proprio per questo è importante fare la fotografia: per farci riflettere sulla nostra vulnerabilità e sulla nostra posizione nell’universo. L’immagine non ha alcun valore scientifico, ma il suo valore simbolico si rivelerà incalcolabile.
La fotografia è composta da 640.000 pixel. La Terra è così piccola che occupa meno di un pixel (circa un decimo di pixel, secondo i calcoli della NASA). Come in tutte le fotografie della Terra dallo spazio, il suo colore è azzurro a causa della diffusione di Rayleigh attraverso l’atmosfera. Per questo Carl Sagan la chiamerà “Pale Blue Dot” (“puntino celeste”). Le bande luminose che si vedono nella fotografia sono un artefatto causato dalla riflessione della luce solare su parti della fotocamera.
La grande distanza dal nostro pianeta riduce le possibilità di trasmissione dei dati e costringe a usare un elevato tempo di esposizione per riuscire a catturare la debole luminosità della Terra. Quando l’immagine viene trasmessa al controllo missione, impiega cinque ore e mezza solo per arrivare a destinazione, viaggiando alla velocità della luce.
Nel loro insieme le fotografie dei pianeti del sistema solare scattate dalla sonda vengono ricordate come il “Family Portrait” (“Ritratto di famiglia”).
Dato che la potenza elettrica prodotta dai generatori a radioisotopi della sonda diminuisce continuamente e che gli altri strumenti hanno bisogno di energia elettrica, al termine di questa serie di scatti la NASA decide di spegnere per sempre le fotocamere della sonda. Dopo averci visti per l’ultima volta, Voyager 1 prosegue il suo cammino a occhi chiusi.
Oggi sono passati 35 anni dalla foto del puntino celeste e 48 dall’inizio della missione e incredibilmente Voyager 1 è ancora viva e comunica con il controllo missione della NASA, nonostante continui a essere bombardata dalle radiazioni cosmiche e abbia sempre meno energia a disposizione. A 25 miliardi di km dalla Terra è l’oggetto costruito dall’umanità più lontano da noi, è ormai entrata nello spazio interstellare e continua il suo viaggio verso l’ignoto.
Nel suo libro del 1994 “Pale Blue Dot” Carl Sagan commenta così la fotografia:
«Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L'insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni "superstar", ogni "comandante supremo", ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. (...) Non c'è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l'uno dell'altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l'unica casa che abbiamo mai conosciuto.»
Sapevate che i razzi riutilizzabili con atterraggio in verticale sono stati ideati sessant’anni fa dal figlio di due poveri immigrati siciliani? La storia del geniale Philip Bono è ingiustamente poco conosciuta.
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Giulio Bono e Maria Culcasi sbarcano da Trapani a Ellis Island il 7 gennaio 1920. Trovano casa a Brooklyn e Giulio viene assunto in un pastificio. Philip, il loro secondo figlio, nasce l’anno seguente e la famiglia si trasferisce prima in New Jersey e poi in Pennsylvania.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Philip Bono presta servizio in marina e nel 1947 si laurea in ingegneria meccanica. Lavora per molti anni nell’industria aeronautica, prima alla North American Aviation, poi alla Douglas e infine alla Boeing.
Mi chiamo Vera Florence Cooper e sono nata a Philadelphia nel 1928. I miei genitori sono ebrei immigrati dall’Europa orientale e lavorano come impiegati della compagnia telefonica Bell. Incoraggiano me e mia sorella Ruth a studiare qualsiasi cosa ci appassioni.
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Mia sorella diventerà un importante giudice. Io da grande voglio fare l’astronoma. Mio padre ma mi aiuta a costruire un semplice telescopio con due lenti e un tubo di cartone e mi accompagna regolarmente alle riunioni degli astrofili.
I miei professori delle superiori si stupiscono che una ragazza voglia studiare astronomia: se mi piacciono i corpi celesti, perché non provo a studiare arte e poi dipingerli? Non li ascolto e mi iscrivo al Vassar College, dove nel 1948 sono l’unica laureata in astronomia.
Il 21 luglio 1961 a Cape Canaveral è una giornata nuvolosa. In rampa di lancio c’è un razzo pronto a partire, il Redstone. Gli USA stanno per lanciare il loro secondo uomo nello spazio, due mesi e mezzo dopo Alan Shepard: è un altro ex pilota militare, Gus Grissom.
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La missione durerà solo 15 minuti: è un volo suborbitale, non un’orbita completa intorno alla Terra come quella compiuta il 12 aprile dal russo Jurij Gagarin, perché gli americani vogliono fare altra esperienza prima della loro missione orbitale con un razzo più grande, l’Atlas.
La capsula Mercury 11 raggiungerà una quota di poco meno di 200 chilometri e inizierà la sua discesa, per poi ammarare a circa 300 chilometri dalla costa della Florida.
Il 1° febbraio 2003 lo Space Shuttle Columbia si disintegra durante il rientro in atmosfera, provocando la morte dei sette componenti dell’equipaggio. La tragedia è innescata da un danno avvenuto durante il lancio al “sistema di protezione termica”.
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È un rivestimento necessario per proteggere dal surriscaldamento tutti i veicoli che rientrano in atmosfera, non solo sulla Terra ma anche su altri pianeti, come Marte.
Come le meteore, che rientrando in atmosfera si incendiano e ci appaiono come stelle cadenti, i veicoli spaziali si surriscaldano a causa di due fenomeni distinti.
Ha formato le matematiche che hanno permesso agli Stati Uniti di vincere la corsa allo spazio e ha contribuito a uno dei più importanti razzi della NASA, ma da viva era quasi sconosciuta. Si chiama Dorothy Vaughan ed è la prima manager nera nella storia della NASA.
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Dorothy Jean Johnson nasce a Kansas City nel 1910. È una studentessa fuori dal comune e dopo il diploma riceve una borsa di studio per studiare matematica in un'università dell’Ohio riservata agli afroamericani. Nel 1932 emigra in Virginia con il marito Howard Vaughan.
Nel 1941 Roosevelt vieta la segregazione nell’industria militare. Molti uomini sono impegnati al fronte e c’è bisogno di aumentare la produzione di aerei da guerra, così entrano in fabbrica sempre più donne, anche di colore.