20 ottobre 1944, ore 7,58.
Dall’aeroporto di Castelluccio dei Sauri, vicino Foggia, si alzano in volo 36 bombardieri “B-24 Liberator” del 451° stormo “Bomb Group dell’USAAF”.
Gli obiettivi sono nel nord Italia.
Oggi uno in particolare: le acciaierie Breda di Sesto San Giovanni.
Un obiettivo secondario.
In quel periodo i bersagli militari importanti sono solo 3: lo stabilimento petrolchimico di Mestre, la raffineria Aquila di Muggia e la fabbrica d’aerei Reggiane, gruppo Caproni, di Reggio Emilia.
Gli altri tutti secondari.
Come le acciaierie Breda.
Il 451° stormo si avvicina all’obiettivo.
La formazione di attacco prevede 36 aerei a ondate di 18, composte di aerei in fila x due disposti a punta di freccia.
Oggi sono 35.
Uno è tornato alla base per problemi meccanici.
Gli altri procedono alla velocità di 160 miglia orarie
Gli aerei della prima ondata hanno raggiunto l'initial point (IP), un punto a circa 4 Km. ad ovest del bersaglio.
Da qui ha inizio la corsa d'attacco.
Si dirigono verso gli stabilimenti Breda.
Ma qualcosa va storto.
L’aereo di testa ha un corto circuito al pulsante di lancio.
A causa del corto circuito il "B-24" capo formazione è costretto a sganciare il suo carico di bombe fuori bersaglio, subito imitato dai piloti degli altri aerei.
Le bombe cadono in aperta campagna nella zona di Saronno.
Avanza allora la seconda ondata.
Ma c’è qualcosa che non va.
La seconda ondata ha raggiunto l'I.P. , ma ha sbagliato la rotta d’attacco.
E’ deviata.
Il leader della formazione si accorge dell'errore, ma è ormai troppo tardi.
La corsa d’attacco è ormai in fase avanzata, impossibile ripeterla.
Bisogna prendere una decisione.
La seconda ondata ha deviato di 22 gradi verso destra invece che verso sinistra, mancando così gli stabilimenti.
Impossibile tornare al punto di partenza e ritentare. Non essendoci obiettivi militari nelle vicinanze viene deciso di ritornare alla base.
La missione è fallita.
La missione è fallita, certo, ma c’è il problema del carico.
Le bombe non possono essere riportate a casa perché già innescate.
L'atterraggio dei bombardieri carichi di bombe è praticamente impossibile.
Bisogna sganciare.
Basterebbe dirigersi verso le campagne di Cremona.
O sull’adriatico, sulla strada di casa.
Ore 11.26.
Il comandante decide diversamente.
L’ordine è immediato, assurdo, senza nessuna motivazione.
Ordina agli altri aerei di sganciare immediatamente sulla città.
Da 10.000 metri, alle bombe bastano tre minuti per arrivare a terra.
Ore 11.29.
Le condizioni meteorologiche sono ottimali, ma sotto non ci sono obiettivi militari, ma solo abitazioni civili. Esattamente dopo tre minuti dallo sgancio gli abitati di Gorla e Precotto vengono investiti da tonnellate di esplosivo.
Ed è l’inferno.
«… una bomba provocò una strage che avrebbe cambiato la vita del quartiere per sempre: quella centrò la scuola elementare "Francesco Crispi" uccidendo 184 bambini con i loro insegnanti ed alcuni genitori che al suono delle sirene d'allarme erano accorsi per portarli in salvo».
«Dario Franchi è un alunno di 1° elementare alla Crispi. 7 anni, ripetente non per colpa sua. La maestra lo picchia sempre col righello e la mamma l'ha detto alla direttrice. E’ buono il Dario, ma ha paura di tutto. Degli aerei soprattutto. Si tappa sempre le orecchie, poverino»
«Io e mio marito lavoravamo in una legatoria e Margherita, pur avendo solo 8 anni, si preparava ed andava scuola da sola. Era una donnina giudiziosa la piccola. Anche quel giorno l’avevamo salutata prima di andare al lavoro convinti di rivederla felice al ritorno»
«Mi chiamo Ester e quel giorno la mia insegnate stava spiegando un problema quando scattò l’allarme. Mentre tutti i bambini scappavano nel rifugio io riuscii a scappare fuori correndo verso casa. Lo spostamento d’aria colpì me e la mamma che morì col suo bambino».
«Mia sorella Margherita è ricordata con le altre piccole vittime, ma lei aveva 14 anni e dopo la quinta elementare faceva l’apprendista da una sarta, proprio vicino alla scuola. La misero tra i morticini, ma era ancora viva quando mio padre la trovò. Morì per le ferite».
«Mi chiamo Graziella e all’epoca avevo sette anni e frequentavo la seconda elementare. Quel giorno mamma mi accompagnò a scuola, Avevamo fatto una pagina piena di D maiuscole quando sentimmo l’allarme. Solo una maestra si è salvata quel giorno».
«Mi chiamo Francesco e ricordo che quel giorno il cielo era sereno, pulito, senza un alito di vento. Ho visto le bombe venire giù rovinosamente. Genitori disperati han perduto la casa e i loro figlioletti. Mi viene alla mente che le bombe mi sono scoppiate vicino»
«Ero ferma davanti alle macerie della scuola crollata, ci sono stata ore, e il mio bambino era là sotto. Soltanto alla domenica mio marito l'ha trovato all'obitorio, nudo ma bello. Lo ha riconosciuto dai capelli biondi. A fianco a lui c'erano dei sacchi con pezzi di bambini».
«Una bomba da 500 libbre si infilò nel vano scale, mentre gli alunni e le maestre stavano ancora scendendo per recarsi nel rifugio, senza avere possibilità di scampo.
Morirono 184 bambini, 19 insegnanti, la direttrice della scuola, 4 bidelli e un’assistente sanitaria».
Le testimonianze che avete letto sono contenute nel libro di Achille Rastelli “Bombe sulla città” edito da Mursia.
“Un libro di storia, ma anche un documento unico sulla storia di Milano e dell'Italia”.
In occasione del 75° Anniversario del bombardamento, il Sindaco Giuseppe Sala ha avanzato una richiesta ufficiale di scuse all’attuale Console Generale U.S.A. per il Nord Italia, Elizabeth Lee Martinez.
La risposta?
Niente scuse, solo condoglianze.
75 anni dopo.
Questa è la storia dei Piccoli Martiri di Gorla.
Per ricordare tutti i bambini, e non solo, costretti a vivere loro malgrado in zone di guerra.
Vorrei scrivere come sempre: "Per non dimenticare", ma la storia, maestra di vita, ha sempre avuto una scolaresca piuttosto disattenta.
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Le chiamo “le vittime invisibili”.
Come Maria Monchietti, per esempio.
Il luogo?
Ceretto Lomellina.
Il tempo?
Il 1921, quando gli squadristi fascisti erano all’opera, assoldati dagli agrari e dagli industriali.
Il soldo era di 40 lire giorno per gli agrari di Mortara.
Come riferisce il settimanale “la nuova terra” del 1° marzo 1921: «l’opera di ingaggio dei fascisti è affidata al signor Franciosi.
Egli fece la spola tra le città esportatrici e riuscì ad assicurare importanti scritture».
Squadristi ingaggiati per «educazione e difesa sociale».
E’ la sera del 22 marzo 1921 quando Maria Monchietti, al primo piano, si accorge che di sopra ha lasciato la lampada accesa.
Si avvia su per le scale per spegnerla.
Una volta spenta si avvicina alla finestra per chiudere l’anta.
Vede i fascisti sparare alla gente per strada.
“Nessun fiocco di neve si sente mai responsabile in una valanga.”
(Stanisław Jerzy Lec)
Quello che segue è il testo della canzone "Matamoros Banks", cantata da Bruce Springsteen.
Racconta la storia del mio viaggio alla ricerca di un futuro migliore.
“Ogni anno molte persone
muoiono attraversando deserti
montagne e fiumi dei nostri confini meridionali
in cerca di una vita migliore
qui seguo il viaggio al contrario
dal corpo sul letto del fiume
all’uomo che cammina per il deserto
verso le rive del Rio Grande.
Per due giorni il fiume ti tiene giù
poi sali alla luce senza un suono
passi i luoghi di villeggiatura e vuoti
scali di smistamento
le tartarughe mangiano la pelle dai tuoi occhi
così giacciono aperti alle stelle.
Dai via i tuoi vestiti
Tempo fa vi ho parlato dei 20 bambini ebrei del campo di Neuengamme.
Provengono da Francia, Paesi Bassi, Jugoslavia, Polonia, e uno dall'Italia.
Si chiama Sergio De Simone, un bambino napoletano di circa 7 anni.
Vengono assegnati alla baracca n. 11.
Iniziano gli esperimenti.
Il dottor Kurt Heissmeyer fa incidere la pelle sul torace dei bambini.
Sotto l’ascella destra, con tagli a X, lunghi circa cinque centimetri.
Poi introduce con una spatola i bacilli della tubercolosi.
Nelle carte del processo tenutosi ad Amburgo si legge: “Tieniti forte, ho una notizia non proprio piacevole. C’è un ordine di esecuzione da Berlino. Devi eliminare i bambini con il gas o con il veleno".
E' il diciannove aprile del 1945.
Quando tutto ebbe inizio?
Esattamente il 6 gennaio 1929, nevicava e faceva freddo.
Chi lo conosceva lo definiva “un essere insignificante”, ventinove anni, miope, tale da costringerlo a portale lenti molto spesse.
Proveniva alla classica famiglia borghese di Monaco di Baviera.
Lui ci aveva provato a fare carriera in ambito militare, ma non era andato più in là del grado di allievo ufficiale.
Essendo lui e la famiglia in difficoltà economiche aveva deciso di donare le sue braccia all’agricoltura.
Voleva diventare agronomo
Per questo si era iscritto all’università.
Mettendosi subito in mostra.
Tranquilli, non come studente.
Tutti lo conoscevano perché alle feste universitarie si presentava sempre vestito da sultano turco.
Teneva un diario dove scriveva il nome delle ragazze che lo respingevano.
Come è potuto accadere che una civiltà come quello tedesca, tra le più colte e tolleranti del mondo contemporaneo, abbia potuto condividere un male assoluto e incomprensibile come il nazismo?
"Erano semplici operai, commercianti, artigiani, impiegati, imprenditori, uomini comuni.
Fu data loro la possibilità di scegliere.
Preferirono trasformarsi in mostri".
E questa la loro storia.
Strana la vita.
Ad Amburgo avevo una bottega di barbiere e ora, senza nemmeno sapere esattamente il perché, mi ritrovo in Polonia.
Faccio parte della prima compagnia del battaglione cui è stato assegnato il compito di pacificare una zona appena conquistata.
Almeno credo
Oggi ci prenderemo la nostra rivincita.
Gli americani hanno fatto un grosso sbaglio a saccheggiare e bruciare edifici pubblici e privati a York (che oggi chiamate Toronto), allora capitale dell'Alto Canada.
Diremo la parola fine alle loro mire espansionistiche e imperialiste.
Sono il vice ammiraglio scozzese Sir Alexander Cochrane, comandante in capo della North America and West Indies Station.
E oggi è il grande giorno.
Non abbiamo voluto tenere segrete le nostre intenzioni.
Tanto so cosa sta pensando il loro Segretario alla Guerra John Armstrong.
"Non verrebbero con una flotta del genere senza l'intenzione di colpire da qualche parte.
Ma di certo non verranno qui!
Che diavolo faranno qui?
No! No!
Baltimora è il posto.
Questo è di gran lunga più importante".
Stupido americano.
Invece noi siamo proprio qui.