Me lo aveva accennato giovedì scorso un amico inglese, ma l'avevo catalogato come fantafinanza.
Adesso, dopo aver parlato con altri gestori a Londra e a Ginevra scopro che è una storia vera, però da scriverci
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un romanzo dal titolo: “colpo grosso al carotone rosso”.
Nei giorni tra il 2 e il 5 aprile Trump scatena una guerra contro tutto il globo terracqueo: dazi pesantissimi che hanno colpito persino isole abitate solo da pinguini.
L'indice Nyse Composite, che era arrivato
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ad oltre 20.200 a fine febbraio, l’8 aprile crolla a 17.188.
Il Nasdaq, da oltre 20 mila del mese di Febbraio, lo stesso giorno sprofonda a 15.267.
Trump, fino al 7 aprile, imperterrito, resta sordo a qualsiasi protesta. Elon Musk pubblica timidamente un video di
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Milton Friedman che, descrivendo i materiali di cui è composta una matita, dice che i dazi creano danni.
Bill Ackman finanziere squalo di Wall Street, acceso sostenitore di Trump, con un giro di parole alla Dario Fo dice che Trump sta esagerando.
Ma niente, la posizione non
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cambia.
Poi, mentre i finanzieri di Wall St. perdono miliardi di dollari in borsa, succede qualcosa che scuote le granitiche posizioni del “caro leader”: il corso dei Treasury Bond scende e scende anche il dollaro contro tutte le altre valute.
E il 10 aprile Donald Trump
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cede e sospende l'efficacia dei dazi.
Non è stato a causa di un evento clamoroso o per una tempesta di tweet o una protesta di popolo.
Lui l'ha chiamata una "pausa", un completo cambiamento rispetto al battage degli ultimi giorni.
Ma la ragione vera?
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Uno stillicidio continuo di vendite di Treasury Bond, una perdita sostanziale di valore e un rialzo di mezzo punto dei rendimenti, accompagnata da un calo del dollaro.
Un segnale ai mercati che la posizione del dollaro statunitense non era così sicura, e che
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il debitore per eccellenza più sicuro al mondo forse non è un debitore così sicuro.
Facciamo una premessa: occorre considerare che il debito pubblico USA ammonta a circa 35.000 miliardi di dollari, pari al 130% del PIL…
Ma chi possiede i cd "T bond"?
La maggior parte è in mano alla Fed e a investitori istituzionali americani.
Gli stranieri detengono circa 8.500 miliardi di dollari di debito statunitense, in particolare i maggiori investitori sono il Giappone e la Cina con circa mille miliardi cad., Canada (350 mld),
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ne alcuni paesi europei - Svizzera inclusa - per circa 1.500 miliardi complessivamente.
Acquistano obbligazioni per parcheggiare denaro in modo sicuro e guadagnare interessi costanti.
Come i T Bond influenzano gli Stati Uniti?
Gli USA utilizzano questi prestiti per
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finanziare tutto: difesa, sicurezza e sanità sociale, tagli fiscali, etc., perché il governo americano , come l'Itali, spende più di quanto incassa in tasse.
Cosa succede in caso di vendite sistematiche? Che le vendite continue di obbligazioni, inondando il mercato,
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ne fanno scendere il valore; se c’è più offerta che domanda, i prezzi delle obbligazioni scendono e i rendimenti reali aumentano, visto che le cedole sono come i nostri BTP, cioè fisse.
Se salgono i rendimenti, anche le nuove emissioni dovranno rispecchiare i nuovi tassi.
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Ergo, lo Stato paga interessi più alti, e questo è un danno.
Le vendite di T Bond però hanno fatto scendere anche il dollaro.
E questo è stato il trigger che ha fatto saltare il coperchio del pentolone e convinto Trump ha mettere “ in pausa” i dazi.
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Le due cose non sempre sono correlate, a meno che le vendite non provengano da investitori esteri: vendite di T Bond, contestuale vendite di dollari e reimpatrio del ricavato nella propria moneta.
Un bel casino, la premessa
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per una vera recessione: costo del debito più alto vuol dire spesa pubblica più bassa e meno posti di lavoro, mentre dollaro più basso significa prezzi dei beni importati più alti (gli USA hanno una bilancia commerciale passiva), cioè inflazione.
A questo punto i mercati
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crollano: il panico colpisce azioni e banche mentre la fiducia nel debito statunitense svanisce.
È ciò che è successo tra il 7 e il 10 aprile.
Non le proteste di Wall Street, non le reazioni spaventate dei gestori dei fondi pensione americani, ma le vendite di T Bond
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dall’estero accoppiate alle vendite di dollari che hanno fatto vacillare il tasso di cambio.
La domanda che è circolata insistentemente nelle trading room delle investment banks tra il 10 e il 14 aprile è stata: come è potuto succedere
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che il "bellissimo" mercato obbligazionario di Trump - di cui si vantava solo qualche settimana fa- improvvisamente diventa un castello di carte?
E poi, mentre nel 2023 erano bastati un po’ di fondi hedge da Singapore, Hong Kong e Ginevra a far saltare la sterlina
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e i Gilts, e a rendere evidente che neanche una Banca Centrale può remare contro i mercati, portando alle dimissioni il governo di Liz Truss, chi può aver provocato un tale sconquasso in poche settimane nei confronti del più grande debitore del mondo?
La risposta,
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per i più attenti, è stata facile: qualcuno che di finanza globale ne sapeva più di tutti, perchè ne aveva fatto parte, qualcuno che governa i destini di un paese ma che di banche centrali, monete e tassi di cambio ne sapeva più di tutti: Mark Carney, attuale primo ministro
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canadese, ex governatore della Banca d’Inghilterra, ex direttore de L’Economist. Un personaggio dal carattere forte e dalla massima autorevolezza.
Riavvolgiamo un po' il film: mentre Trump preparava la sua macchina da guerra commerciale, Carney, non stava
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semplicemente seduto a Ottawa a girarsi i pollici.
Aveva silenziosamente aumentato le riserve canadesi di T Bond salite ad oltre 350 miliardi di dollari a fine febbraio 2025.
In apparenza, sembrava una mossa sicura, una copertura contro il caos economico.
Ma non era
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solo difesa, era una pistola carica messa sul tavolo.
Carney non si è fermato lì.
Ha promosso la sua causa andando in Europa, non per foto di rito, ma con incontri riservati con i big dell'UE: Germania, Francia, Paesi Bassi. Anche il Giappone è stato presente,
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ascoltando attentamente.
L'argomento era semplice: se Trump fosse andato troppo oltre con le tariffe, il Canada non avrebbe semplicemente risposto con dazi sulle auto o sull'acciaio americani: avrebbe iniziato a scaricare T Bond.
Non una svendita violenta, ma un lento
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e costante stillicidio.
Se paesi come Canada, Giappone e UE avessero iniziato a vendere obbligazioni insieme e avessero rimpatriato il ricavato nelle rispettive valute l’effetto sui mercati si sarebbe sentito, eccome: Mark Carney ha avviato una manovra finanziaria
lenta e deliberata che la maggior parte delle persone non ha notato: un graduale e continuo deflusso dei T Bond e contestuale vendita di dollari contro Euro e altre valute.
Ecco il punto cruciale: il Canada non era solo. Il Giappone e alcuni paesi dell’UE hanno aderito e
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iniziato a vendere T Bond, il che ha preoccupato prima i gestori dei fondi pensione e dei fondi hedge americani, poi ha spaventato Trump e la sua amministrazione.
Non era un bluff.
È stato un patto silenzioso, una mossa coordinata per ricordare al “Carotone Rosso” che
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il resto del mondo non si piega semplicemente quando lui brandisce la sua mazza tariffaria.
Fai del male a noi, ha detto Carney, e noi faremo del male a te - proprio dove fa male.
La pausa di Trump non è nata dal fatto che la gente stesse diventando euforica...
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Non è più una partita a carte, ma sta diventando una partita a scacchi, e in questo momento il re bianco, pardon il re Carotone, è in difficoltà.
Volete fare verifiche sui dati grezzi?
Controllate il rapporto del Dipartimento del Tesoro degli USA sui
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"Principali detentori stranieri di titoli del Tesoro".
Guardate poi le riserve del Canada, del Giappone e dell'UE, e poi chiedetevi: chi sta davvero "tenendo le carte"?
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Preciso che ho riportato il sunto di alcuni colloqui e di scambi di mail con alcuni trader e gestori operanti sul cd "reddito fisso".
Ribadisco che non ci sono certezze né evidenze concrete.
Però le voci circolano e sono molto plausibili...
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Al Vinitaly ho visitato due clienti:
-un produttore
-un produttore soprattutto distributore
Entrambi con fatturati di oltre i 50 mln ed entrambi forti esportatori in USA.
Il primo vende bottiglie di fascia medio alta con una filiera distributiva corta:
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vende ad un distributore americano che a sua volta consegna direttamente a ristoranti ed enoteche.
Il secondo vende bottiglie di fascia media e medio/ bassa e ha una filiera lunga: vende ad un importatore nazionale che a sua volta rivende a grossisti in ogni singolo stato
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che a loro volta rivendono a distributori locali che hanno come clienti ristoranti, enoteche e GDO.
Entrambi considerano i dazi molto negativi ma gestibili: il primo ribalterà buona parte del costo sul cliente finale, perché produce vini ricercati: spendere 60/70 USD a
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Circa 26 anni fa, durante una visita ad un’azienda nell’Italia centrale, mi trovai a fare un lungo viaggio in auto sull’Appennino con il loro commercialista: una mano sul volante, l’altra sul telefonino, il rischio di un frontale sempre in agguato. Tra le tante telefonate,
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alcune, in particolare, attirarono la mia attenzione e il commercialista mi spiegò la storia: un suo cliente era un cardiochirurgo (alquanto famoso della sua provincia) che aveva “parcellato” -onesto, fatturava, quasi tutto- ai suoi pazienti oltre 500 mila euro
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senza -ovviamente- ritenute d’acconto) e, avendoli spesi tutti nell’anno, si era ritrovato senza fondi per pagare le tasse.
Il commercialista, pur criticandolo duramente, gli trovò - con un po’ di telefonate con i suoi amici direttori di banca e una guida al limite
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Oggi mi sono capitati sotto gli occhi i numeri di bilancio di NTV, la società che gestisce Italo Treno: nel 2023 ha fatturato circa 826 mln, ha avuto un "ebitda" (margine operativo lordo) di 308 mln e un utile netto dopo le tasse di 161 mln.
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Significa un ebitda/fatturato del 37,29% e un utile/fatturato del 19,5%.
Sono numeri da impresa del lusso.
Invece trasportano persone in treno.
E Italo fa pagare i biglietti meno di Trenitalia.
Cosa significa?
A) l'alta velocità rende mostruosamente
B) visto che Trenitalia è
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dello Stato, dovrebbe proporre tariffe molto più basse, altrimenti per quale motivo lo Stato possiede una ferrovia?
C) anche se Trenitalia applica biglietti più cari, guadagna molto meno, quindi sopporta costi di struttura molto più elevati.
D) non è vero che con i profitti
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Solo per addetti:
L’art. 112 della bozza di Legge di Bilancio 2025 prevede l’inserimento di un rappresentante del MEF negli organi di controllo delle società (sindaci/Revisori) che ricevono contributi pubblici, anche indiretti, superiori ad Euro 100.000
Che significa?
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Significa che un’impresa che riceve un contributo pubblico (Stato, Regione, altri Enti locali, finanziarie regionali, CDP, Invimit etc.) che sia a fondo perduto oppure che sia un’agevolazione come ad es. Industria 5.0, oppure uno sgravio su contributi/crediti d’imposta
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per almeno 100 mila Euro/anno, dovrà far nominare dai soci quale sindaco un rappresentante indicato dal MEF.
E che succede se il 2° anno i contributi non arrivano più? Mi devo tenere nel Collegio dei Sindaci un professionista che i soci non hanno nominato e che non conoscono
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Cerved classifica il sistema industriale italiano in 3 categorie:
A) Grandi Imprese (con fatturato superiore a 50 mln di €), che sono circa 800 in tutta Italia, prevalentemente al Nord (contano i bilanci consolidati, perché ENI è composta da oltre 150 società)
B) PMI
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(con un fatturato superiore a 2 mln, ma pari o inferiore a 50 mln) che sono circa 163 mila,
C) microimprese (con un fatturato pari o inferiore a 2 mln) che sono oltre 5,5 milioni.
In questa categoria ci sono commercianti, artigiani, start-up e micro-realtà familiari
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Le PMI consentono una grande flessibilità agli shock congiunturali e una forte resilienza nel breve termine, ma non sono in grado effettuare investimenti consistenti sia in macchinari sia, soprattutto, in capitale umano e R&S.
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L'ISTAT certifica oggi il disastro dei vari "Superbonus". Non ce n'era bisogno, perché non occorre essere premi Nobel per capire che spendere 210 mld per ristrutturare il 5% del patrimonio immobiliare + 4 castelli, tutti di proprietà prevalentemente 1/n
1) il settore costruzioni è cresciuto in valori correnti meno dell'intera economia: 4,4% contro 6,3%
2) la maggior parte degli effetti riguarda comparti industriali caratterizzati da
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una produttività inferiore alla media nazionale e non ha aiutato il settore costruzioni ha riorganizzarsi, a diventare più efficiente e a migliorare la propria filiera.
3) il moltiplicatore del PIL, anche considerando l'indotto e le maggiori tasse pagate dal settore
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