Il senatore francese Claude Malhuret non gliele ha mandate a dire all’amministrazione Trump.
Li descrive come un branco di folli che distruggono l'ordine globale, scodinzolando dietro a Putin. Un circo che tratta la politica estera come un salvadanaio privato.
Brutale. Da ascoltare ⬇️
Traduzione:
Signor Presidente, Signor Primo Ministro, signore e signori del Governo, nel febbraio 2022 un pericoloso folle ubriaco di grandezza ha acceso una miccia in Ucraina che ha fatto esplodere una polveriera e sconvolto l’ordine mondiale. La guerra doveva durare una settimana. Sta ora entrando nel suo quinto anno. Nel febbraio 2026, un altro pericoloso folle ha acceso un’altra miccia nel Vicino Oriente che minaccia nuovamente l’equilibrio internazionale. Anche quella guerra doveva durare una settimana? Un mese dopo, il mondo intero si chiede: «Che cosa accadrà?». La risposta semplice, breve e precisa è questa: solo Dio lo sa.
Un anno fa, proprio in questo luogo, paragonai la presidenza Trump alla corte di Nerone. Mi sbagliavo; è una «Corte dei Miracoli». Un ex tossicodipendente da eroina e no-vax come Segretario alla Salute; uno scettico climatico come Segretario all’Ecologia; un conduttore televisivo alcolista come Segretario alla Difesa; un ex agente del Qatar come Procuratore Generale; un ammiratore di Putin come Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Un proverbio turco dice: «Quando un clown si trasferisce in un palazzo, non diventa un re; è il palazzo che diventa un circo».
Questa «bella squadra» ha deciso di creare un concorrente delle Nazioni Unite. Da quando esiste il suo Consiglio per la Pace, Trump ha lanciato più attacchi militari di quanti ne abbia condotti Biden durante tutto il suo mandato. Ogni volta che riemerge uno scandalo interno, da qualche parte nel mondo esplodono bombe come diversivo. Bombardare di più per ottenere di più. Non c’è paese in cui Trump non abbia approfittato della situazione per arricchirsi, senza mai dimenticare la propria famiglia: un Boeing privato regalato dal Qatar, investimenti in tutti i progetti del Golfo o altrove, manipolazione dei prezzi di borsa a vantaggio di pochi insider. Uno solo di questi conflitti di interesse avrebbe qui fatto scattare immediatamente una procedura di impeachment, ma noi non siamo qui — siamo nell’America MAGA: la gestione degli affari pubblici al servizio di interessi privati.
Dopo i dazi doganali, la Groenlandia, l’abbandono dell’Ucraina, l’umiliazione degli alleati, l’inconcludente tira e molla in Venezuela e molte altre vicende, comincia una nuova avventura insensata.
Sia chiaro: sono l’ultimo a lamentarmi della decapitazione del regime dei mullah e il primo a chiedere libertà per il popolo iraniano. Ma qual è la strategia per ottenerla? E sono stati valutati i danni collaterali, anche per gli stessi iraniani? La risposta è: non c’è alcuna strategia, e i danni collaterali vengono messi in conto come perdite. Proprio come a gennaio, quando Trump invitò gli iraniani a scendere in piazza, per poi lasciarli essere massacrati dai Basij.
Dopo il pretesto di una bomba atomica iraniana «imminente» — smentito dalla stessa direttrice dell’intelligence americana — e poi l’argomento del cambio di regime, è stato Marco Rubio a dire finalmente la verità: siamo intervenuti perché abbiamo seguito Netanyahu. In altre parole, non abbiamo un obiettivo nostro. Trump ha ignorato gli avvertimenti di quei pochi che hanno avuto il coraggio di dirgli ciò che sarebbe stato ovvio: il blocco dello Stretto di Hormuz, l’estensione della guerra a tutto il Vicino Oriente e, infine, le ripercussioni globali. ⬇️
Traduzione:
Signor Presidente, Signor Primo Ministro, signore e signori del Governo, nel febbraio 2022 un pericoloso folle ubriaco di grandezza ha acceso una miccia in Ucraina che ha fatto esplodere una polveriera e sconvolto l’ordine mondiale. La guerra doveva durare una settimana. Sta ora entrando nel suo quinto anno. Nel febbraio 2026, un altro pericoloso folle ha acceso un’altra miccia nel Vicino Oriente che minaccia nuovamente l’equilibrio internazionale. Anche quella guerra doveva durare una settimana? Un mese dopo, il mondo intero si chiede: «Che cosa accadrà?». La risposta semplice, breve e precisa è questa: solo Dio lo sa.
Un anno fa, proprio in questo luogo, paragonai la presidenza Trump alla corte di Nerone. Mi sbagliavo; è una «Corte dei Miracoli». Un ex tossicodipendente da eroina e no-vax come Segretario alla Salute; uno scettico climatico come Segretario all’Ecologia; un conduttore televisivo alcolista come Segretario alla Difesa; un ex agente del Qatar come Procuratore Generale; un ammiratore di Putin come Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Un proverbio turco dice: «Quando un clown si trasferisce in un palazzo, non diventa un re; è il palazzo che diventa un circo».
Questa «bella squadra» ha deciso di creare un concorrente delle Nazioni Unite. Da quando esiste il suo Consiglio per la Pace, Trump ha lanciato più attacchi militari di quanti ne abbia condotti Biden durante tutto il suo mandato. Ogni volta che riemerge uno scandalo interno, da qualche parte nel mondo esplodono bombe come diversivo. Bombardare di più per ottenere di più. Non c’è paese in cui Trump non abbia approfittato della situazione per arricchirsi, senza mai dimenticare la propria famiglia: un Boeing privato regalato dal Qatar, investimenti in tutti i progetti del Golfo o altrove, manipolazione dei prezzi di borsa a vantaggio di pochi insider. Uno solo di questi conflitti di interesse avrebbe qui fatto scattare immediatamente una procedura di impeachment, ma noi non siamo qui — siamo nell’America MAGA: la gestione degli affari pubblici al servizio di interessi privati.
Dopo i dazi doganali, la Groenlandia, l’abbandono dell’Ucraina, l’umiliazione degli alleati, l’inconcludente tira e molla in Venezuela e molte altre vicende, comincia una nuova avventura insensata.
Sia chiaro: sono l’ultimo a lamentarmi della decapitazione del regime dei mullah e il primo a chiedere libertà per il popolo iraniano. Ma qual è la strategia per ottenerla? E sono stati valutati i danni collaterali, anche per gli stessi iraniani? La risposta è: non c’è alcuna strategia, e i danni collaterali vengono messi in conto come perdite. Proprio come a gennaio, quando Trump invitò gli iraniani a scendere in piazza, per poi lasciarli essere massacrati dai Basij.
Dopo il pretesto di una bomba atomica iraniana «imminente» — smentito dalla stessa direttrice dell’intelligence americana — e poi l’argomento del cambio di regime, è stato Marco Rubio a dire finalmente la verità: siamo intervenuti perché abbiamo seguito Netanyahu. In altre parole, non abbiamo un obiettivo nostro. Trump ha ignorato gli avvertimenti di quei pochi che hanno avuto il coraggio di dirgli ciò che sarebbe stato ovvio: il blocco dello Stretto di Hormuz, l’estensione della guerra a tutto il Vicino Oriente e, infine, le ripercussioni globali. ⬇️
2/3 In un ultimo atto di «fake news», volto unicamente a calmare i prezzi del petrolio e i mercati azionari in caduta, ha annunciato che sono in corso negoziati. Il presidente del Parlamento iraniano lo ha smentito nel giro di poche ore. È il primo negoziato internazionale in cui una delle parti scopre di stare negoziando guardando il telegiornale della sera.
Le petroliere sono bloccate nel Golfo, gli Emirati chiudono il loro spazio aereo, gli influencer sulle spiagge di Dubai implorano il rimpatrio, e raffinerie e giacimenti petroliferi sono in fiamme.
Dopo aver riunito l’esercito più potente del mondo, aver fallito nel vincere una guerra contro una potenza media, aver fatto esplodere i prezzi di petrolio e gas e aver pronunciato discorsi insensati, il «golfista di Mar-a-Lago» ammette senza vergogna di essere «sbalordito» dalla risposta iraniana — perfettamente prevedibile — e chiede aiuto agli alleati che insultava fino a ieri. E loro rispondono: «Non hai consultato nessuno, non hai un piano, e noi non abbiamo alcun motivo per seguirti alla cieca nella nebbia».
Trump, l’unico elefante al mondo che viaggia con il proprio negozio di porcellane, si ritrova con due sole opzioni, entrambe ugualmente pessime: ritirarsi miseramente, sostenendo senza convincere nessuno di aver raggiunto i propri obiettivi, oppure innescare un’escalation dagli esiti già noti, dal Vietnam all’Iraq all’Afghanistan — impantanamento e, alla fine, un ritiro umiliante, lasciando il campo ai comunisti, all’ISIS o ai talebani.
Il problema per l’Europa è che non si ferma un disastro con belle frasi, implorando Israele e Hezbollah di deporre le armi e dichiarando che «Hormuz non è la nostra guerra». È vero, ma questo mette solo in luce la nostra impotenza. Nel breve termine, la posizione della Francia è quella giusta: non partecipiamo a un’offensiva senza obiettivi, senza strategia e senza visione. Ma onoriamo i nostri impegni internazionali proteggendo i nostri alleati nel Golfo e nel Mediterraneo ed essendo pronti a contribuire alla libertà di navigazione nello Stretto, perché siamo l’unico Paese europeo ad aver mantenuto capacità operative di aviazione navale. Questa posizione va sostenuta.
Ma i 27 Stati membri devono anche iniziare a risolvere i loro problemi urgenti e seri. Le guerre in Ucraina e nel Vicino Oriente ci inviano un messaggio semplice e chiaro: possiamo contare solo su noi stessi. De Gaulle lo aveva capito per primo sessant’anni fa; il suo messaggio è stato dimenticato dagli europei, ed è più che tempo di prenderlo finalmente sul serio. L’Europa ha tre grandi sfide: garantire la propria sicurezza, dotarsi di un sistema decisionale efficace e agganciarsi alla grande rivoluzione tecnologica, cognitiva e finanziaria del XXI secolo. Altrimenti, l’alternativa sarà semplice: vassallizzazione rispetto ai nostri alleati o sottomissione ai nostri nemici.
L’obiettivo: diventare una «Europa-potenza militare» attraverso il riarmo — il che implica reindustrializzazione e investimenti massicci —, diventare una «Europa-potenza politica» con, tra le altre cose, l’estensione del voto a maggioranza qualificata e, infine, diventare una «Europa-potenza economica e commerciale» attuando i rapporti Draghi e Letta. Tutti lo sanno, ma accade poco.
Nel 2022 ci è stato detto che l’Europa stava entrando in una «economia di guerra». Quattro anni dopo, gli ordini non sono all’altezza. Il grande progetto europeo, il mercato unico, resta lontano dagli obiettivi del 1993. Quanto alla rivoluzione tecnologica, siamo a anni luce dalla creazione degli strumenti finanziari indispensabili per colmare il divario con le economie degli Stati Uniti e della Cina.
La Francia occupa una posizione paradossale in questa vicenda. È il Paese europeo che meglio comprende la situazione, l’unico ad aver mantenuto un esercito che sia più che simbolico e una forza di deterrenza.
Ma oggi, dopo quarant’anni di demagogia e promesse insostenibili, si trova anche in una grave difficoltà di bilancio.
3/3
John Adams, secondo Presidente degli Stati Uniti, diceva: «Ci sono due modi per ridurre in schiavitù una nazione: uno è con la spada, l’altro è con il debito». Nonostante queste difficoltà, Signor Primo Ministro, avete annunciato un aumento significativo dei bilanci della legge di programmazione militare e un aggiornamento dei suoi obiettivi, dopo averlo già fatto tre anni fa. È uno sforzo che desidero elogiare, ma è anche una sfida.
La campagna per le elezioni presidenziali inizierà presto. La demagogia dei due estremi, che invocheranno costantemente nuova spesa e sosterranno che si possa «avere la botte piena e la moglie ubriaca», imporrà un grave handicap ai candidati ragionevoli. Eppure, è imperativo affrontare la duplice sfida della nostra sicurezza e del risanamento della spesa pubblica. La domanda cruciale oggi è: come convincere i nostri concittadini?
Vi ringrazio.
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Una nota sui dimissionari in Uk. Dopo McSweeney e Allan ce ne saranno altre nei prossimi giorni.
Ma attenzione: più che sintomo di crisi è un cambio di rotta nel Labour che, paradossalmente, potrebbe avere l’effetto opposto di chi voleva mettere in crisi il governo. Infatti, queste dimissioni potrebbero segnare la fine della crisi interna che dura da mesi.
Si sta dimettendo tutta l’area intorno a McSweeney, ovvero l’area blairiana. McSweeney incarnava infatti tutto ciò che nel governo veniva criticato: una linea politica imposta più che costruita attraverso il confronto.
Per Starmer, naturalmente, è un momento difficile, perché McSweeney era l’architetto del successo elettorale e delle politiche di governo. Difficile non seguire la linea di chi ti aveva aiutato a ottenere una maggioranza di oltre 200 seggi.
La sfida, per lui, adesso sarà trovare un terreno comune, e con meno potere nelle mani della destra del labour potrebbe essere più facile.
Starmer potrebbe riuscirci o forse no, ma è evidente che la pressante campagna mediatica che chiede le sue dimissioni o che presenta un governo in frantumi sta giocando a suo favore, creando solidarietà nei suoi confronti anche tra chi lo criticava.
Il fatto è che, oltre il rumore, il governo ha operato bene su tutti i fronti. Infatti, gran parte di questo rumore serve proprio a distrarre dai successi.
È bastato un tweet da un account con 7.800 follower per far scoppiare il bubbone dell’informazione italiana a livello internazionale.
2 milioni e mezzo di visualizzazioni. Retweet di Anne Applebaum, ex ministri britannici, analisti e giornalisti di fama mondiale.
Era ora, finalmente che questa questione uscisse dalla bolla.
Colgo l’occasione per riproporre alcuni articoli di @Ander_Bruckes (l’autore di questo terremoto mediatico) su come opera la disinformazione russa, perché finalmente abbiano l’attenzione che meritano.
In questi giorni, non solo in Italia, continuo a vedere illustri personaggi individuare in Israele la forza destabilizzante del Medio oriente. Sentire Andrew Marr (giornalista che stimo e solitamente obiettivo) ripetere la stessa tiritera sul LBC ieri mi ha fatto rendere conto che quando parliamo di Medio oriente l'obiettività non esiste, e forse non può neanche esistere. Il punto di vista è tutto: è una lente che ci mostra uno scenario dall'inquadratura che scegliamo. 1/
Per molti anni la mia inquadratura è stata piuttosto anti-Israeliana, dovuta in parte al mio retaggio di sinistra, in parte al contesto pre-Camp David. Nel tempo, il mio asse si è andato spostando, man mano che la conoscenza mi consentiva di mettere a fuoco sempre più elementi di questa storia complessa, nella quale è forse impossibile inquadrare tutto. 2/
A farmi individuare interamente in Israele la soluzione piuttosto che il problema hanno contribuito molti fattori, nel corso degli ultimi vent'anni, uno di questi è stato mettere a fuoco l'Iran, un Paese filo-occidentale e alleato d'Israele divenuto, dopo la rivoluzione islamica sciita, il suo più acerrimo nemico; il creatore e catalizzatore di ogni forza anti-israeliana. 3/
Bisogna ascoltare attentamente Trump, ma siccome le spara grosse, c’è la tendenza a dire “è uno sbruffone”, “è rincoglionito”, “vabbè ma è Trump”, e magari ci si ride sopra, lo si ignora, non lo si prende sul serio. 2/
La reazione dei giornalisti alle sue dichiarazioni dove dice candidamente ai cristiani a cui si rivolge che sistemerà le cose così bene che dopo non dovranno più votare, è sintomatica. 3/
Non molti sanno che la differenza tra politici conservatori e laburisti nel Regno Unito, anche nel 2024 continua ad avere radici nella diversa estrazione sociale.
Il mio pezzo su @LaRagione_eu in 🧵 ⬇️
2/ Quando nel 1955 il primo ministro conservatore Anthony Eden formava il suo governo, il gabinetto era costituito interamente da ministri provenienti da prestigiosi collegi privati.
3/ Succedeva a Winston Churchill, il cui governo era costituito all’88% da ministri educati nelle scuole delle élite. Tutti i governi conservatori tra il 1951 e il 1963 rispecchiavano quel trend.