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Aug 28 • 8 tweets • 6 min read
🚨🇺🇸🇷🇺 I retroscena che stanno emergendo nelle ultime ore sull'amministrazione Trump e sulla sua gestione della partita diplomatica con la Russia sono a dir poco inquietanti. Abbiamo fonti autorevoli: da una parte Reuters, dall'altra il Washington Post; resoconti che descrivono due situazioni in apparenza distinte, separate, ma in realtà accomunate dal risultato: in entrambi i casi favorevoli al copione di Mosca. E poi? E poi dietro le quinte che confermano la preocupazione di alcuni protagonisti di primo piano, gli stessi che in pubblico si dicono fiduciosi e sostengono di avere tutto sotto controllo. Non sembra essere così: la situazione sta sfuggendo di mano. Vediamo le ultime.2/n 🚨🇺🇸🇷🇺 Partiamo dallo scoop di Reuters. La testata ha fornito una ricostruzione certosina dei passi che hanno portato al vertice di Anchorage fra Donald Trump e Vladimir Putin prima, e a quello alla Casa Bianca in presenza di Zelensky e dei leader occidentali poi. Tutto ha preso il via il 6 agosto.
L'inviato speciale USA, Steve Witkoff, incontra a Mosca il presidente russo. Al termine del colloquio comunica a Trump: ci siamo, Putin è pronto a offrire concessioni territoriali per porre fine alla guerra in Ucraina. La macchina diplomatica si mette rapidamente in moto, Trump è entusiasta, elogia i "grandi progressi" del suo emissario e accetta di incontrare Putin da lì a una decina di giorni. Ma neanche 48 ore più tardi è già il caos.
Aug 25 • 6 tweets • 4 min read
1/n
🚨🇻🇪🇺🇸 C'è chi crede che Nicolás Maduro trascorra gran parte delle sue giornate nascosto in un bunker, circondato dai suoi generali, benvoluto da pochi fedelissimi. C'è chi pensa sia da tempo preda della paranoia, da anni abituato a dormire con una valigia ai piedi del letto, sempre pronto a montare su un aereo, venuto a patti con l'idea che un giorno - presto o tardi -toccherà rinunciare proprio a tutto, volare lontano, insieme alla famiglia e una manciata di amici, verso una destinazione sicura, probabilmente Cuba.
Ricostruzione suggestiva, forse non totalmente infondata, chissà quanto lontana dalla quotidianità del dittatore di Caracas. Ma se ignorassimo i segnali provenienti dal Mar dei Caraibi meridionale, così come i non detti intercettati in quel di Washington, commetteremmo un errore. Qualcosa sta effettivamente accadendo in Venezuela. O meglio, al largo delle sue coste. E non si può ignorare.2/n
🚨🇻🇪🇺🇸 Per capire bisogna partire dal massiccio dispiegamento di forze navali statunitensi appena fuori dalle acque venezuelane, appendice plastica di un atto formale compiuto segretamente tra la Casa Bianca e il Pentagono nelle scorse settimane. È quello siglato lontano dai riflettori, dalle attenzioni dei media; è la direttiva con cui Donald Trump ha autorizzato l'impiego della forza militare contro alcuni cartelli del narcotraffico dell'America Latina. Non una decisione estemporanea: piaccia o meno, il risultato di una strategia.
La cronistoria non lascia spazio a dubbi.
Aug 24 • 8 tweets • 13 min read
1/n 🚨🇺🇸 Non so come abbiate trascorso voi il weekend, ma immagino (e spero) vi siate concessi attività più piacevoli della mia. Eppure leggere le oltre 300 pagine di trascrizione dell'interrogatorio di Ghislaine Maxwell, ex collaboratrice di Jeffrey Epstein, era necessario. Certo, online non mancano gli "highlights" del colloquio, gli elenchi contenenti le "5 cose più importanti da sapere", ma credo sarebbe stato superficiale affidarsi a un prodotto editoriale di questo tipo. Per chi fosse nuovo dell'argomento: questa è la storia che fino a questo momento ha rappresentato la spina nel fianco più dolorosa per Donald Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca. Non il supporto ondivago all'Ucraina, non i rapporti calorosi con Vladimir Putin, non i dazi, non la Guardia Nazionale nelle strade di Washington DC o il sostegno al gerrymandering in Texas. Questa storia è "la" storia. Quale storia? La scelta del Dipartimento di Giustizia di non pubblicare per intero i cosiddetti "Epstein Files", la decisione di insabbiare la vicenda dopo averla resa il simbolo della corruzione delle élite (in particolare Democratici), la volontà di archiviarla in fretta dopo aver gridato per anni al complotto. E allora: cosa c'è di nuovo? Cos'ha detto Ghislaine Maxwell?2/n 🇺🇸 Per avere un quadro completo dobbiamo prendere la vicenda da molto da lontano. È necessario. Anzitutto per capire il tipo di relazione fra Ghislaine Maxwell e Jefffey Epstein, il finanziere accusato di abusi su minori morto suicida in carcere.
Maxwell racconta di aver conosciuto l'uomo che avrebbe cambiato la sua esistenza tramite un'amica: "Avevo rotto con il mio fidanzato di lunghissima data, ci eravamo lasciati. E lei disse - sai, come fanno le amiche - "Ho un tipo che devi conoscere". Quel "tipo" è Jeffrey Epstein. È il 1991: i due si incontrano per la prima volta in uno degli uffici di Epstein su Madison Garden. La cosa più memorabile di quell'appuntamento? "Indossava una cravatta, cosa che non faceva spesso. Aveva sopra una macchia enorme, sembrava ketchup. E io pensai: 'Wow, okay'. E così ci conoscemmo".
I due finiscono a letto insieme nel 1992. E Maxwell crede che sia la svolta: "Ho pensato: 'Staremo insieme', perché era così che la pensavo. Sentivo che se andavi a letto con qualcuno, allora stavi uscendo con lui. Quello era il mondo da cui venivo. Ma poi non siamo più andati a letto insieme per...non so, davvero per un periodo significativo di tempo. Forse nove mesi, un anno". Inizialmente, Epstein confida a Ghislaine di essere affetto da "una condizione cardiaca" che gli impedisce di avere rapporti completi con frequenza, ma col tempo la realtà appare diversa. Ghislaine Maxwell è la donna che gestisce le sue proprietà, i suoi affari a tutto tondo, ma Epstein si accompagna anche con altre fidanzate. C'è un episodio che racconta della disillusione di Ghislaine più degli altri: "Seppi con certezza che era finita dopo l'11 settembre, in realtà, perché eravamo entrambi a New York e...non so, Lei era a New York l’11 settembre? Voglio dire, l'11 settembre. Era un momento spaventoso se ti trovavi a New York. Non sapevi, io non sapevo, nessuno sapeva cosa stesse succedendo. E lui era sulla 71ª strada e io alla 65ª, a casa mia. E lui non volle vedermi per niente. Mi disse di sua madre - cui sono molto legata - mi disse che era in ospedale al Lennox Hill, semplicemente mi chiese di occuparmi di lei. E allora capii, come chiunque in quel momento, che se non sei lì per qualcuno l'11 settembre, allora non ci sarai mai".
Aug 15 • 13 tweets • 11 min read
🚨🇺🇸🇷🇺 Mentre voi grigliate la qualunque (a proposito, buon Ferragosto) le "squadre" di Stati Uniti e Russia si scaldano in vista dell'incontro di questa sera. Ci sono molte incognite, nessuno - davvero nessuno - sa come andrà a finire il vertice di Anchorage. Ciò che possiamo fare è "studiare" le poche informazioni a nostra disposizione, arrivare preparati all'appuntamento. Lo stesso Donald Trump, uno storicamente abituato ad affidarsi più all'istinto che ai dossier, avrebbe dedicato la giornata di ieri a prepararsi al confronto con Vladimir Putin, secondo fonti della Casa Bianca. Ecco, se persino lui ha sentito il bisogno di "allenarsi", possiamo farlo anche noi, anche in un giorno di festa. 👇2/n 🇺🇸🇷🇺 Quella tra Stati Uniti e Russia sarà una "partita" a tutti gli effetti. Non c'è una coppa in palio, ma sul piatto c'è l'Ucraina. E con essa la sicurezza per i prossimi anni nel Vecchio Continente. Iniziamo allora dal "terreno di gioco", la Joint Base Elmendorf-Richardson di Anchorage.
Cose da sapere:
- Si tratta di un avamposto militare molto isolato, motivo che lo ha reso particolarmente attraente per ragioni di sicurezza e riservatezza.
- Il caso vuole che abbia svolta negli anni un ruolo cruciale nel monitoraggio delle mosse dell'Unione Sovietica in epoca di Guerra Fredda. In particolare, la base acquisì un certo grado di celebrità per la sua attività di sorveglianza contro eventuali attacchi nucleari o attività militari provenienti dal Pacifico. Compiti che le valsero il soprannome di "Top Cover for North America" (lo scudo aereo del Nord America). Tuttora gli aerei della base continuano a intercettare i velivoli russi che sorvolano regolarmente lo spazio aereo statunitense.
- Ps: non immaginatevi quattro baracche e un paio di piste. Qui abitano oltre 32mila persone, circa il 10% della popolazione di Anchorage. Secondo gli esperti è l'unico luogo in Alaska con un livello di sicurezza adeguato a ospitare contemporaneamente Donald Trump e Vladimir Putin. Ah, per trovare un precedente di un capo di stato straniero ospitato nella base bisogna tornare al 1971, quando il presidente Richard Nixon accolse l'Imperatore Hirohito del Giappone.
Aug 11 • 7 tweets • 9 min read
🚨🪖🇮🇱 Non c'è una sola testata italiana che abbia riportato le dichiarazioni pronunciate da Sharon Halevi, moglie di Herzi, Capo di Stato maggiore israeliano prima, durante e dopo il 7 ottobre. Penso sia un'occasione persa.
Nessuno può accusare il generale di essere un integralista, un pericoloso estremista. Gli scambi tesi all'interno del gabinetto di sicurezza israeliano con i ministri Ben-Gvir e Smotrich non si contano. Così come i dissapori con lo stesso Netanyahu, figli di una diversa concezione della strategia militare israeliana all'interno della Striscia. Ma il racconto di Sharon Halevi, dei momenti immediatamente successivi al più grave attacco contro gli ebrei dalla Shoah, serve a comprendere più a fondo la cultura israeliana, a capire quanto la questione degli ostaggi impatti sulla vita quotidiana di milioni di persone e perché il piano orchestrato da Yahya Sinwar avesse un esito già scritto. Herzi Halevi lo aveva previsto. Lo ha confidato a sua moglie proprio il 7 ottobre, pochi istanti prima di partire, di lasciare la propria casa e assumere il comando delle operazioni militari di una nazione entrata in stato di guerra, senza sapere quando ne sarebbe uscita.2/n 🚨🪖🇮🇱 Sharon racconta di essere cresciuta in una famiglia molto diversa da quella di Herzi Halevi: "Perché io sono di prima generazione in Israele, figlia di immigrati, entrambi i miei genitori sono arrivati dal Marocco. E io desideravo moltissimo appartenere. Per me Herzi rappresentava proprio quella cosa. Non volevo essere come lui, ma volevo appartenere a ciò che lui rappresentava per me. Herzi, dal lato di sua madre, è quindicesima generazione a Gerusalemme. Porta il nome di suo zio, caduto nella Guerra dei Sei Giorni a 23 anni, mentre prestava servizio di riserva. Quando abbiamo iniziato a uscire insieme, una delle prime cose che gli ho chiesto...Per me è stato difficile vedere la tomba con il suo nome completo. Mi faceva un certo effetto, anche perché non è che lavorasse in banca...era in un’unità combattente. Herzi era per me "l’israeliano", tutto ciò che era bello e di cui volevo fare parte".
Aug 10 • 12 tweets • 10 min read
1/n 🚨🪖🇧🇾🇷🇺🇺🇸🇺🇦 "Adesso è tutto nelle mani di Donald. E può mandare tutto all'aria per il suo carattere!".
Aleksandr Lukashenko è nervoso, ritiene che i suoi sforzi per portare a un accordo fra "il mio amico, il mio fratello maggiore", Vladimir Putin, e il presidente degli Stati Uniti, potrebbero naufragare sul più bello per questioni marginali, per via di "sciocchezze, emozioni pure, e questo in politica non è permesso".
Lo racconta a Simon Shuster, uno dei più importanti giornalisti in circolazione, l'uomo che ha vissuto gomito a gomito con Volodymyr Zelensky, raccontandone la straordinaria evoluzione da comico a leader di uno Stato invaso.
Ma è curioso: l'articolo del Time e il resoconto dei media statali bielorussi non coincidono perfettamente. La propaganda di Stato, ad esempio, non si sofferma sui dettagli immortalati dal giornalista all'inizio dell'incontro; non dice che è stato proprio il dittatore di Minsk a mandare in avanscoperta i suoi collaboratori, a insistere - anche maldestramente - per organizzare quell'intervista.2/n
🚨🪖🇧🇾🇷🇺🇺🇸🇺🇦 L'impressione di Shuster, a dirla tutta, è quella di aver a che fare con un funzionario bielorusso "un po’ fuori allenamento nel trattare coi media occidentali". Scrive il giornalista: "Dopo pochi minuti di conversazione, mi chiese quanto sarebbe costato organizzare un'intervista col TIME, e sembrò sorpreso nell'apprendere che il processo non comportava alcun tipo di tangente". "Solo per essere sicuro", tentò di riprendersi l'assistente, "per evitare malintesi più avanti".
Dopo qualche altra telefonata, i termini dell'intervista vengono concordati: appuntamento a Minsk il 25 luglio. Lukashenko risponderà a tutte le domande: "Altrimenti perché avrei dovuto farla venire da così lontano, da New York?".
Aug 8 • 8 tweets • 5 min read
1/n 🚨🇺🇸🇷🇺🇺🇦 Un retroscena di Bloomberg delinea prospettive inquietanti per l'Ucraina rispetto all'incontro fra Donald Trump e Vladimir Putin. L'accordo che gli Stati Uniti starebbero cercando di chiudere con Mosca rappresenterebbe un duro colpo non solo per Kyiv, ma anche per gli Alleati del Vecchio Continente, costretti a convivere con la prospettiva di una Russia legittimata nelle sue conquiste territoriali e pronta a consolidare la propria influenza nell’Europa orientale.2/n 🚨🇺🇸🇷🇺🇺🇦 Bloomberg spiega: Vladimir Putin vuole che l'Ucraina ceda alla Russia l'intera area orientale del Donbass, oltre alla Crimea. Questo vorrebbe dire portare Volodymyr Zelensky a ordinare il ritiro delle truppe ucraine da porzioni delle regioni di Luhansk e Donetsk ancora controllate da Kyiv, consegnando di fatto a Mosca una vittoria che il suo esercito non è riuscito a ottenere militarmente dall'inizio dell'invasione.
Aug 6 • 10 tweets • 9 min read
🚨🪖🇷🇺🇩🇪🇺🇦Ha inizio in una notte senza nuvole l'oggetto della straordinaria inchiesta firmata da Bloomberg. Ma il cielo limpido non vi inganni. Gli intrighi che ruotano attorno al tentativo di assassinio compiuto nell'aprile del 2024 dalla Russia nell'ordinato quartiere residenziale di Hermannsburg, villaggio tedesco di circa 8.000 anime, sono lì a delineare una trama a dir poco oscura.2/n 🪖🇷🇺🇩🇪🇺🇦 Protagonista della storia, suo malgrado, è Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall AG, la più grande azienda del settore della difesa della Germania e una delle più importanti d'Europa. Bloomberg lo descrive come una 62enne di stazza robusta, con i capelli color argento, spesso vestito in modo informale, con jeans e camicia, noto per percorrere i reparti produttivi della sua fabbrica per discutere dei processi e intrattenersi con operai e saldatori. È famoso per la sua franchezza: Papperger perde la pazienza se ritiene che i manager gli stiano facendo perdere tempo durante le riunioni strategiche. È un maniaco del lavoro, e talvolta invia e-mail alle 4:00 del mattino scrivendo "Ho bisogno di X e Y". Con lo stile di un classico imprenditore, rivolge domande ai lavoratori di tutti i livelli della catena di comando: "Se fossero i tuoi soldi, li investiresti in questo?". Per anni ha intrattenuto i suoi clienti con una battuta di caccia annuale al cinghiale e al cervo nella foresta di Unterlüss, dove Rheinmetall possiede un vasto poligono privato di 50 chilometri quadrati, il più grande d’Europa, insieme alle sue fabbriche di munizioni e veicoli militari. Investitori e dignitari in visita all'azienda vengono fatti salire a bordo di un carro armato Leopard: è orgoglioso della sua capacità di muoversi su terreni difficili mantenendo - si dice - un bicchiere di birra pieno sul cannone da 120 millimetri, prodotto da Rheinmetall, senza versarne una sola goccia.
Aug 1 • 9 tweets • 7 min read
🚨🪖🇺🇸🇷🇺 Viste le circostanze, il Blog si rende protagonista di uno "strike preventivo".
Le ultime dichiarazioni di Donald Trump presteranno il fianco, soprattutto in Italia, a una narrazione di tipo allarmista e catastrofista.
Breve spoiler: non siamo sull'orlo di una guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti. Ma non significa che le parole del Presidente americane siano prive di significato. Anzi. Vediamo perché.2/n 🇺🇸🇷🇺 Intanto un breve riepilogo delle puntate precedenti.
Dmitry Medvedev, ex presidente russo, nei giorni scorsi prende di mira Trump per la decisione di annunciare sanzioni nei confronti della Russia in assenza di un cessate il fuoco in Ucraina.
A questo proposito il russo, noto per i suoi toni "incendiari" sui social, scrive: "Trump sta giocando all'ultimatum con la Russia: 50 giorni o 10...Dovrebbe ricordare due cose:
1. La Russia non è Israele e nemmeno l'Iran.
2. Ogni nuovo ultimatum è una minaccia e un passo verso la guerra. Non tra Russia e Ucraina, ma con il suo stesso Paese. Non seguire la strada di Sleepy Joe!".
Jul 30 • 4 tweets • 5 min read
🚨🇺🇸 L'indagine del Washington Post è certamente un esperimento riuscito, probabilmente il modo migliore per capire perché - dal punto di vista mediatico e politico - Donald Trump stia soffrendo così tanto nella gestione del caso Jeffrey Epstein.
Di più: perché in vista delle elezioni midterm - oggi apparentemente lontane, ma per la politica americana abbastanza dietro l'angolo - la questione rappresenti il principale motivo di preoccupazione per il Partito Repubblicano.
Per venire a capo della questione, il Washington Post ha inviato nelle scorse ore un messaggio a 1.089 persone. Gli obiettivi erano molteplici: capire quanta attenzione il pubblico americano stesse riservando al dossier Epstein, che idea si fosse fatto dell'atteggiamento fin qui tenuto dall'amministrazione Trump, cosa pensasse veramente dell'intera vicenda.
Com'è andata? Qualunque stratega politico risponderebbe che in questi numeri si nascondono dei segnali che il Presidente non può permettersi di sottovalutare.👇2/n 🇺🇸 Prima questione: quanta attenzione stanno dedicando gli americani alle notizie sul caso Epstein? Circa un adulto su 4, il 26%, dice di stare prestando "molta" attenzione al dossier, mentre un altro 38% dice di seguire con "una certa attenzione" gli sviluppi che ruotano attorno alla vicenda. Sommate, queste percentuali, dicono che più della metà degli americani sta mostrando interesse nei confronti del caso, sebbene il dato di quani esprimono maggiore coinvolgimento sia leggermente inferiore al 34% di coloro che nel mese di giugno si dicevano "molto" interessati a capire la piega che avrebbero preso le proteste di Los Angeles.
È indicativo che a dirsi più presi dal flusso di notizie siano i democratici, probabilmente speranzosi di trovare un caso capace di mettere in crisi la presidenza. Ma il fatto che più di un repubblicano su due (con differenza pressoché impercettibile a favore di quelli MAGA) stia seguendo con cura l'argomento suggerisce una verità difficile da smentire: la Casa Bianca non può sperare semplicemente che la gente si dimentichi e lasci andare.
Bisognerà trovare una conclusione che soddisfi la curiosità dell'opinione pubblica.
Jul 19 • 8 tweets • 7 min read
🚨🪖🇮🇹 1/8 L'indagine del CENSIS va presa per quel che è: un sondaggio, ovvero la fotografia di un momento. Ribadisco l'ovvio per consolare il lettore (e pure un po' me stesso): qualora l'Italia si ritrovasse in guerra, i suoi abitanti sarebbero più o meno consapevolmente protagonisti di quel fenomeno noto come "rally around the flag", letteralmente "raduno attorno alla bandiera". Dinanzi all'emergenza, al pericolo vero, c'è da credere (e da sperare) che una percentuale molto più elevata dell'attuale 16% risponderebbe positivamente al richiamo della patria, dicendosi disposto a combattere per la propria terra (nonché libertà). Eppure è inutile nascondersi, fa un certo effetto scoprire che fra gli individui anagraficamente più adatti alla difesa del Paese (18-45 anni) la percentuale più alta (39%) protesterebbe contro la guerra in nome di un anacronistico pacifismo. Sarebbe stato curioso aggiungere un quesito al sondaggio: "Scenderebbe in strada con la bandiera arcobaleno anche nel bel mezzo di un bombardamento?".
Ma se credete che questo sia il peggio, siete fuori strada.
🚨🪖🇮🇹 2/8 Il 26% degli intervistati, infatti, sostiene che dinanzi a un conflitto armato rifiuterebbe il reclutamento. La soluzione per difendere l'Italia, spiega questa porzione di italiani, è infatti arruolare soldati di professione. Idea non così campata in aria (per quanto impercorribile, per una questione prettamente numerica) se non fosse per il seguito: questi cittadini del Belpaese vorrebbero infatti affidare la difesa dell'Italia a mercenari stranieri, chissà perché convinti che basterebbe pagare, trovare qualcuno un po' più fesso, per salvare il Paese. Quasi più coerente il 19% di italiani - allarmante il 22% nella fascia maschile di età compresa fra i 18 e i 34 anni - che annuncia senza mezzi termini: una guerra in Italia? Spiacenti, noi diserteremmo, lasceremmo il Paese.
Jul 11 • 8 tweets • 8 min read
1/8🚨🪖🇫🇷🇷🇺🇺🇦 Per trovare un precedente - una conferenza stampa di un Capo di Stato maggiore francese - bisogna tornare indietro fino al 2021. Al mondo di ieri, per intenderci. Quello in cui la guerra non era ancora scoppiata nel cuore del continente europeo.
Eppure le parole del generale Thierry Burkhard sono importanti non solo per la loro rarità. Lo sono perché affrontano verità che quasi nessuno vuole sentire. Perché non edulcorano, non proteggono l’opinione pubblica da ciò che fa paura: la fine delle illusioni di sicurezza, l'affermazione della forza come strumento di potere, il ritorno della guerra.
Come i lettori sapranno, la stragrande maggioranza dei contenuti del Blog è riservata agli iscritti. In questo caso ho deciso di fare un'eccezione: lascio questo articolo a disposizione di tutti. Non coltivo l'arrogante pretesa di modificare con un post la consapevolezza degli italiani su certi temi, non sono nessuno per farlo e non ne ho i mezzi. Ma se anche poche persone apriranno gli occhi - senza paura, senza allarmismi, ma con lucidità - allora queste molte ore di lavoro saranno servite a qualcosa. Buona lettura.2/8 🚨🪖🇫🇷🇷🇺 La premessa del generale Burkhard è la seguente: "In precedenza avevamo l'abitudine di dire che una crisi ne scacciava un'altra. Oggi non è più così. Al contrario, le crisi si sovrappongono, si sommano, se non addirittura si moltiplicano".
Il capo delle forze armate francesi è per questo pessimista (o realista): "Per quanto mi riguarda, faccio fatica a vedere quali potrebbero essere le vie d’uscita o di stabilizzazione nel breve termine". Anzi, "penso di essere di fronte a delle tappe che vengono superate e dalle quali non si torna indietro", quindi "non ha senso dirsi 'adesso mi metto in posizione di attesa, resisto un po’ e poi tutto tornerà come prima e potrò riprendere i miei affari come un tempo'".
Il mondo è cambiato davvero.
May 19 • 6 tweets • 5 min read
1/6🚨🇺🇸🇷🇺🇺🇦 Ho cinque notizie interessanti. Sono abbastanza per un punto nave serale.
È impossibile non partire dalla telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin. Nonostante quanto dichiarato dai due protagonisti della conversazione (durata più di due ore), la svolta tanto attesa - ancora una volta - non c'è. Il Cremlino prende tempo, esplora formati e formule, nel solco della "migliore" tradizione diplomatica russa, ma in definitiva non si avvicina al cessate il fuoco incondizionato accettato da Volodymyr Zelensky. Prima e dopo la telefonata, però, si segnalano alcuni fatti importanti. Vediamoli insieme.2/6 🚨🇺🇸🇷🇺🇺🇦 Un tempo sarebbe stato il minimo sindacale, ma non è da sottovalutare il fatto che, prima di iniziare la chiamata con Putin, The Donald abbia parlato con Volodymyr Zelensky.
Secondo il Wall Street Journal, il presidente USA avrebbe chiesto al leader ucraino di cosa avrebbe dovuto discutere con Putin.
Zelensky ha risposto che Trump avrebbe dovuto spingere Putin ad accettare un cessate il fuoco di 30 giorni; insistere per un futuro incontro Putin-Zelensky a cui Trump stesso avrebbe dovuto prendere parte e ribadire che gli Stati Uniti non prenderanno alcuna decisione sull'Ucraina senza il contributo di Kyiv.
C'è un passaggio, nel resoconto di Trump - in particolare quello per cui "le condizioni saranno negoziate tra le due parti, come è giusto che sia, poiché solo loro conoscono i dettagli di una trattativa di cui nessun altro è a conoscenza" - che sembra segnare un punto in favore dell'Ucraina. Rispetto alle prime settimane dall'insediamento, Trump non sembra più voler "imporre" un accordo a Kyiv.
Merito soprattutto di Zelensky, che accettando l'idea di una tregua incondizionata ha visto il bluff di Putin, ma anche dei leader occidentali, importanti per consigliare a Zelensky le regole d'ingaggio adeguate per non perdere il favore del presidente USA.
May 18 • 8 tweets • 6 min read
1/8 🚨🪖🇮🇱🇵🇸🇮🇷🇸🇦 Il mondo poteva cambiare. Così hanno deciso di cambiare il mondo.
È questo il senso della scoperta realizzata dall'esercito israeliano in uno dei tunnel sotterranei della Striscia di Gaza, della conferma ai peggiori sospetti coltivati in questi mesi, da quando le fiamme della guerra sono tornate a divampare in Medio Oriente.
Nei giorni immediatamente precedenti al 7 ottobre, i vertici di Hamas mettevano nero su bianco le loro intenzioni: compiere, per citare le parole pronunciate da Yahya Sinwar in persona, un "atto straordinario", capace di far deragliare il processo di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, il negoziato che a suo dire avrebbe relegato per sempre la causa palestinese ai margini della storia.
I documenti ritrovati dall'esercito israeliano sono di straordinaria importanza. Analizziamoli insieme.2/8 🚨🪖🇮🇱🇵🇸🇮🇷🇸🇦 Il verbale di una riunione tenuta dall'ufficio politico di Hamas a Gaza il 2 ottobre 2023 - revisionato dal Wall Street Journal - cita espressamente le parole di Yahya Sinwar:
"Non c'è dubbio che l'accordo di normalizzazione saudita-sionista stia progredendo in modo significativo".
Tale intesa, avverte, "aprirebbe la porta alla maggioranza dei Paesi arabi e islamici affinché seguano la stessa strada".
Si tratta dell'esito sempre temuto dai nemici dello Stato Ebraico, da coloro che da generazioni ne hanno profetizzato la distruzione, cercandone l'annientamento con tutte le proprie forze.
È per questo che, rivolgendosi ai suoi uomini, Sinwar traccia la strada: è arrivato il momento di porre in atto il "grande progetto", l'attacco a cui da più di due anni lavora nell'ombra.
May 6 • 9 tweets • 9 min read
🚨🇻🇦 1/9
Ormai ci siamo, a 24 ore dall'ingresso in conclave è il momento del thread definitivo. Tutto ciò che serve sapere sull'elezione del prossimo Papa.
E allora, iniziamo: il testo fondamentale per la scelta del "Successore di Pietro" è la Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis (1996), emanata da Giovanni Paolo II e aggiornata da Benedetto XVI prima e da Francesco dopo di lui.
I grandi protagonisti del conclave sono ovviamente i cardinali elettori. È bene riflettere su questo punto: fra i 133 che domani varcheranno la soglia della Cappella Sistina c'è già il prossimo Pontefice.
🚨🇻🇦 2/9
Per i porporati si tratta delle ultime ore di "libertà". A partire dalle 15:00 di domani, tutti gli impianti di trasmissione del segnale di telecomunicazione per cellulare radiomobile presenti nel territorio dello Stato della Città del Vaticano, esclusa l'area di Castel Gandolfo, saranno disattivati. Il ripristino del segnale sarà effettuato soltanto dopo l'annuncio dell'avvenuta elezione del Santo Padre.
Quando sarà eletto il Papa? Non conosciamo il giorno esatto. Ma possiamo avere un'idea del momento della giornata.
Domani un solo scrutinio e una sola possibile fumata bianca, non prima delle 19:00. Poi, a partire da giovedì, quattro scrutini (due al mattino e due al pomeriggio): in caso di mancato accordo, la fumata nera arriverà attorno alle 12:00 e attorno alle 19:00. Le fumate bianche potranno essere però anticipate anche verso le 10:30 e verso le 17:30.
Insomma, dovremo tenere le antenne dritte per questi tutta la giornata.
Apr 21 • 6 tweets • 7 min read
1/6🚨🇻🇦 È l'elezione più affascinante e misteriosa al mondo, un rito che si ripete da secoli, sospeso tra fede e storia, simbolismo e silenzio, attesa e commozione.
La morte di Papa Francesco richiede tatto, ma i (pochi) giorni che ci separano dal conclave sono in qualche modo la coda del suo pontificato, il cammino verso l'ultimo atto della sua visione.
Il Santo Padre ha preparato il momento della sua morte con cura: ha plasmato il Collegio cardinalizio con nomine coerenti con la sua idea di Chiesa, posto le basi per un riequilibrio di forze tra le correnti che indirizzano la traiettoria del cattolicesimo contemporaneo.
Il processo di nomina del suo successore potrebbe essere uno dei più incerti degli ultimi decenni.
E allora, con il rispetto che il momento impone, muoviamoci idealmente tra le mura vaticane, tentiamo di capire quali sono - intanto - le "regole del gioco".
2/6🚨🇻🇦 La legge elettorale del conclave
La normativa che regola l’elezione del Papa si basa principalmente sulla Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis (1996), emanata da Giovanni Paolo II e aggiornata da Benedetto XVI e da Francesco.
Papa Ratzinger, in particolare, ha introdotto nel 2007 una modifica sostanziale, assicurandosi che l'elezione del Pontefice richieda sempre una maggioranza qualificata di due terzi. Con questa decisione ha eliminato la possibilità, prevista in precedenza, di passare a una maggioranza semplice dopo 33 o 34 scrutini infruttuosi.
Ad avere diritto di voto sono i cosiddetti "cardinali elettori", ovvero tutti quelli che non abbiano compiuto 80 anni alla data della morte del Papa.
Secondo l'ultimo aggiornamento disponibile sul sito del Vaticano, a soddisfare questi requisiti sono oggi 136 cardinali. Ipotizzando che tutti e 136 i cardinali si rechino a Roma, il successore di Francesco dovrà ottenere il consenso di almeno 91 "colleghi".
La regola dei 2/3 è valida a oltranza. Se dopo 33 scrutini non c'è ancora il nome del nuovo Papa si procede a un ballottaggio fra i due cardinali che hanno ottenuto il maggior numero di voti nell’ultimo scrutinio. Ma anche in questa fase è necessaria una maggioranza di due terzi per l’elezione: i due candidati in ballottaggio non possono votare.
Apr 17 • 6 tweets • 6 min read
1/6 🚨🇺🇸🇮🇱🇮🇷
Posso sbagliare, ma come ho scritto anche ieri sul Blog ho l'impressione che esista uno scarto importante fra ciò che l'opinione pubblica apprende e quanto sta accadendo realmente dietro le quinte sul fronte iraniano. La notizia di una riunione nella Situation Room fra Donald Trump e il team della Sicurezza Nazionale USA, di cui si è venuti a conoscenza solo diversi giorni dopo, è una prima conferma in questo senso. Ma nemmeno la più importante. Prendiamo l'ultimo report del New York Times: Bibi Netanyahu avrebbe proposto a Trump un attacco contro gli impianti nucleari iraniani già nel mese di maggio. Obiettivo: riportare indietro di almeno un anno il programma nucleare di Teheran, lo stesso che sarebbe oggi più vicino che mai alla capacità di produrre sei o più armi nucleari nel giro di pochi mesi o, al più tardi, un anno. Che sia chiaro: non si tratta di una vicenda marginale. Se la Repubblica Islamica mettesse realmente le mani sulla Bomba ci ritroveremmo - tutti - d'improvviso in un mondo diverso da quello in cui viviamo oggi. Un mondo ancora più pericoloso e instabile. Questo per spiegare qual è la posta in gioco. Adesso entriamo nel dettaglio.2/6 🚨🇺🇸🇮🇱🇮🇷
Della divisione all'interno del team per la Sicurezza Nazionale USA abbiamo parlato approfonditamente di ieri (dangelodario.it/2025/04/16/don…): il fatto che su questo dossier si consumi uno scontro feroce tra "falchi" e "colombe" non è una dinamica inedita, ma tipica di tutte le ultime amministrazioni americane. Eppure i funzionari israeliani, per settimane, hanno coltivato la convinzione che i piani d'attacco elaborati a Tel Aviv per un'ipotetica offensiva contro Teheran sarebbero stati approvati e benedetti da Donald Trump. A smentirli sarebbe stata in particolare una nuova valutazione di intelligence portata all'attenzione del Presidente da Tulsi Gabbard, Director of National Intelligence, in un incontro tenutosi ad aprile. In questa occasione Gabbard avrebbe spiegato che lo stesso accumulo di armamenti americani (pensiamo soltanto all'arrivo dei B-2, i "fantasmi del cielo", sull'isola di Diego Garcia), avrebbe potuto rappresentare l'innesco di un conflitto più ampio con l'Iran, che gli Stati Uniti non desiderano.
Apr 4 • 6 tweets • 5 min read
1/6 🚨🇺🇸 Immaginate la scena. Laura Loomer, attivista di estrema destra nota alle cronache soprattutto per le sue teorie del complotto, si presenta alla Casa Bianca con un faldone sotto il braccio, chiedendo di incontrare il Presidente, Donald Trump.
La 31enne dell'Arizona è una figura divisiva nell'universo trumpiano: molti, nella base elettorale del presidente, ne apprezzano la schiettezza, i toni volutamente incendiari. Ma soprattutto fra gli eletti e nel cerchio magico di Trump è opinione quasi unanime che Loomer sia una presenza da tenera alla larga, una portatrice di guai. Le sue posizioni spaventano anche molti dei repubblicani solitamente descritti come più "radicali": gente alla Marjorie Taylor Greene, per intenderci.
Qualche esempio: due giorni prima del dibattito tv con Kamala Harris, in un chiaro riferimento alle sue origini indiane, Loomer avvisa, se la democratica vincesse le elezioni, "la Casa Bianca puzzerà di curry". E ancora: l'11 settembre? È stato un "lavoro interno". Questo per capire il personaggio.👇2/6 🚨🇺🇸 Ma dicevamo: Loomer arriva alla Casa Bianca. Non è chiaro se si sia auto-invitata o se a chiamarla sia stato Trump. Fatto sta che adesso la giovane donna è seduta proprio di fronte alla scrivania del Presidente. Nello Studio Ovale ci sono anche il Vicepresidente, JD Vance (sempre presente, quando si tratta di incontri importanti per gli equilibri interni), il capo dello staff, Susie Wiles (vale lo stesso discorso di Vance) e altri assistenti.
In realtà ci sarebbe anche il deputato della Pennsylvania, Scott Perry, uno dei repubblicani che hanno sostenuto la teoria della frode elettorale ai danni di Trump nel 2020: da tempo ha programmato un incontro col presidente per discutere di alcune questioni, ma dinanzi all'Uragano Loomer pure lui deve farsi da parte.
Sì, ma cosa vuole di preciso Laura? Ricordate quel faldone?
Mar 31 • 4 tweets • 4 min read
1/4🚨🇺🇦🇺🇸🇷🇺 "UNA STORIA MAI RACCONTATA"
Un misterioso convoglio senza insegne, in una mattina di primavera apparentemente come tutte le altre, è ora fermo all'angolo di una strada della capitale ucraina. A bordo, due uomini di mezza età, vestiti in abiti civili, vorrebbero non attirare l'attenzione: la loro missione è già iniziata.
Un viaggio segreto: il motore di questa storia. E pure il primo passo dell'incredibile inchiesta di Adam Entous, reporter investigativo del New York Times, per oltre un anno sulle tracce di una "storia mai raccontata".
Oltre 300 interviste, ascoltando funzionari governativi, ufficiali militari, agenti dei servizi di intelligence occidentali: sono gli ingredienti di uno degli articoli più importanti dall'inizio della guerra in Ucraina, gli elementi fondamentali di un racconto denso di retroscena e dietro le quinte inediti, imprescindibile per capire come - e fino a che punto - l'America sia stata coinvolta segretamente nella difesa dall'invasione lanciata da Vladimir Putin.
Quella che segue, è una storia di coraggio e di errori. Di amicizia e fratellanza. Di tradimenti e di rimpianti. È la storia di come la Casa Bianca abbia tentato di salvare Kyiv, probabilmente invano; di come l'Ucraina abbia cercato di difendersi, poi di vincere la guerra, rischiando di perdere tutto ciò per cui ha lottato. È una storia di uomini. Di ucraini, di americani.2/4 🚨🇺🇦🇺🇸🇷🇺 Il viaggio segreto e il generale americano "eroe dei fumetti"
Sulle auto senza insegne che lasciano furtivamente Kyiv, ad un paio di mesi dall'ingresso delle truppe russe nel Paese, un commando britannico armato fino ai denti è incaricato di scortare all'aeroporto polacco di Rzeszów-Jasionka due generali ucraini di alto rango.
Sono loro gli uomini di mezza età vestiti in abiti civili, le piccole storie da cui ha origine una vicenda incredibilmente più grande.
Ad attenderli, sulla pista di decollo, c'è un aereo cargo C-130. Deve trasportarli a Clay Kaserne, quartier generale dell'esercito americano in Europa a Wiesbaden, in Germania. La loro missione? Forgiare uno dei segreti più gelosamente custoditi della guerra in Ucraina.
Il tenente generale ucraino Mykhaylo Zabrodskyi, uno dei due passeggeri, ricorda per filo e per segno il suo primo incontro con il generale americano Christopher T. Donahue, comandante del 18° corpo aviotrasportato. Nel mondo clandestino delle forze speciali, è una specie di celebrità. Al fianco di squdre operative della CIA ha dato la caccia ai capi terroristi più pericolosi fra Iraq, Siria, Libia e Afghanistan. E sì, ha modi schietti, forse perfino rudi, ma è quello che il comandante delle forze americane in Europa, il generale Cavoli, definisce "una sorta di eroe dei fumetti".
Di lui ci si può fidare.
Così il messaggio di Donahue arriva dritto al punto. Squadernate le mappe dell'est e del sud dell'Ucraina sotto assedio, dove le forze russe surclassano quelle di Kyiv, il generale a stelle e strisce chiarisce il suo punto di vista: "Potete urlare ‘Slava Ukraini’ quanto volete con gli altri. A me non importa quanto siete coraggiosi. Guardate i numeri". Non si tratta di una provocazione fine a sé stessa. Piuttosto di una proposta: stabilire una partnership di intelligence, strategia, pianificazione e tecnologia. L'arma segreta dell'amministrazione Biden per salvare l'Ucraina e proteggere l'ordine mondiale minacciato da Vladimir Putin. "Non ti mentirò mai. Se tu mi menti, abbiamo chiuso", dice il generale Donahue al collega ucraino alla fine di quell'incontro. "La penso esattamente allo stesso modo", risponde Zabrodskyi.
Mar 22 • 6 tweets • 8 min read
🚨🇺🇸 Questa mattina vi sarà forse capitato di leggere alcune delle dichiarazioni pronunciate da Steve Wiktoff nel programma di Tucker Carlson. Da quel che ho visto in giro, quanto è stato riportato dai nostri media non è in grado di intercettare la portata di questa intervista. Senza esagerazioni: credo si tratti di uno dei colloqui più interessanti - e dal nostro punto di vista preoccupanti - degli ultimi mesi. Per capire è necessario prima comprendere il ruolo di Witkoff, la sua provenienza, il suo background. A questo proposito arrivano in nostro soccorso le parole di David Ignatius, una delle firme di maggior prestigio del Washington Post, non certo un estimatore di Trump. Sul conto di Witkoff, l'editorialista scrive: questo immobiliarista miliardario di New York che ha incontrato Vladimir Putin due volte nelle ultime settimane "non è Henry Kissinger, ma gode di ottimi voti da parte di un ex alto funzionario della sicurezza nazionale USA, che me lo ha descritto come 'un buon negoziatore - esperto, duro, in grado di affrontare chiunque'". La mia sensazione, dopo aver guardato e analizzato 92 minuti di intervista, è che Witkoff sia una persona animata da buone intenzioni, che interpreti il suo ruolo come "inviato di Trump", prim'ancora che come inviato della Casa Bianca, ma che il suo approccio ai problemi del mondo potrebbe causare diversi guai. Non tanto in Medio Oriente, dove la strategia delineata risulta ambiziosa ma possibile da realizzare mescolando fortuna e impegno, quanto in Europa. Dalle parole di Witkoff emerge una visione condizionata da fake news, semplicistica, per certi versi ingenua. Se non si tratta di una tattica negoziale (e onestamente non vedo perché dovrebbe), non credo finirà bene. Seguitemi, c'è tanta carne al fuoco in questo thread.
1/6 🧵👇2/6 🚨🇺🇸 Partiamo dalle basi. Steve Witkoff non nasconde la sua venerazione nei confronti di Donald Trump. È comprensibile: è l'uomo che ha cambiato la sua vita. Witkoff non ha problemi ad ammetterlo: "Ho imparato il mestiere da lui, sono entrato nel settore immobiliare grazie a lui. Volevo essere lui. Tutti volevano essere lui. Facevo l'avvocato, l'ho visto arrivare con questo stile da spadaccino e ho detto: 'Dio, voglio essere lui'. Per me era il Michael Jordan del settore immobiliare".
In più occasioni, durante l'intervista, Witkoff ribadisce il concetto: porto avanti questo approccio in questa determinata area del Pianeta "perché è così che vuole il Presidente, è lui che è stato eletto". Ciò significa esporsi alle critiche, a maggior ragione quando alcune posizioni risultano controverse, in rottura rispetto alla tradizione diplomatica a stelle e strisce: "All'inizio non mi piaceva", ammette Witkoff, "poi una sera ho iniziato a riflettere su ciò che mi disse una persona quando è morto mio figlio, Andrew: 'Niente potrà farti più male di questo'. È un brutto club del quale essere membri. E ho iniziato a fare come il presidente Trump, a non interessarmi di ciò che dice la gente". Perché è importante: perché chiarisce ulteriormente il profilo di negoziatore di Witkoff. Orientato verso il risultato, impermeabile alle critiche esterne, fedele solo al Presidente.
Mar 16 • 7 tweets • 4 min read
1/7 🚨🇺🇸🇷🇺🇺🇦 Da giorni ci chiedevamo come fosse andato l'incontro al Cremlino fra l'inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff e Vladimir Putin. A raccontarlo, in un giro di interviste rilasciate alla CNN e alla CBS, è stato oggi Witkoff in persona.
Premessa: che siamo d'accordo oppure no, le sue parole sono importanti. Le sue impressioni, e in particolare quelle dell'uomo che lo ha inviato fino a Mosca, Donald Trump, contano più delle nostre. Dunque, avviso ai lettori del Blog: qualche dichiarazione vi andrà probabilmente di traverso, ma non possiamo permetterci di ignorare quanto detto.
Buona lettura.🧵👇2/7 🚨🇺🇸🇷🇺🇺🇦 Witkoff esordisce sulla CNN spiegando di aver parlato con Putin per "qualcosa come 3 o 4 ore"; descrive il suo incontro con il presidente russo come "positivo". Ma quando Jake Tapper lo sollecita, lo incalza, chiedendogli se adesso è finalmente chiaro che l'ostacolo per la pace è Vladimir Putin, risponde quanto segue: "Penso che Putin abbia indicato di accettare la filosofia del presidente Trump. Il presidente Trump vuole vedere la fine di questo conflitto. Credo che anche il presidente Putin e Zelensky vogliano lo stesso".
Witkoff, insomma, mette Putin e Zelensky sullo stesso piano. Nonostante il leader ucraino abbia accettato la tregua e il leader russo no.