Perché non ho mai vinto le Olimpiadi? Bella domanda. So solo che a ogni partecipazione era sempre la solita storia: “non corrisponde agli schemi tradizionali”.
Mi chiedo, ma quale progresso puoi ottenere seguendo solo schemi tradizionali, facendo sempre le solite cose?
Se parliamo di sport.
Dick Fosbury ha seguito uno schema tradizionale? Ulrich Salchow, svedese, primo campione Olimpico nel 1908, ha seguito uno schema tradizionale facendo il primo salto Salchow nel 1909? Ma per piacere. Chi sono?
Sono Surya Bonaly. E questa è la mia storia.
Sono nata sull’isola della Riunione, nell'oceano Indiano.
Papà e mamma giravano il mondo con un furgone.
In India e in Pakistan avevano visto tutta quella miseria.
Potevano avere figli, ma loro decisero diversamente.
Avevo 18 mesi quando mi adottarono.
Fu mia madre a insegnarmi a pattinare mentre praticavo la ginnastica artistica a livello agonistico.
Fu quello che mi aiutò a entrare nella storia.
Anche se non fu per niente facile. Sapete.
Nel pattinaggio artistico ci sono certi canoni da rispettare.
Tra questi “grazia” e “perfezione”.
Per questo le chiamavano le “principesse di ghiaccio”. In quel mondo non c’era mai stato spazio per la fisicità. Non solo.
Nell’ambiente del pattinaggio era difficile trovare donne dalla pelle scura.
Io invece ero nera, ma proprio nera nera.
E brava. Ma proprio brava brava.
Tanto da riuscire a vincere nove volte i campionati nazionali francesi (dal 1989 al 1997) e cinque volte i campionati europei (dal 1991 al 1995).
Compreso un argento nel 1996.
Ma mai le competizioni più importanti.
Tre volte seconda ai campionati mondiali.
Un'ingiustizia.
Come ai Mondiali di Chiba del 1994.
Per quello mi tolsi la medaglia d’argento dal collo. Perché io meritavo l’oro.
Mi giudicarono con uno stile "non consono alle tradizioni".
Lo avevo capito ai Giochi di Albertville nel 1992. Dicevano che avevo uno stile particolare.
Non solo eleganza, ma molta atleticità. Era vero.
Ero elettrizzata di potermi esibire di fronte al mondo intero.
Durante il riscaldamento realizzai un salto proibito nelle competizioni
Lo avevo visto fare la prima volta dal tedesco Norbert Schramm quando avevo dodici anni.
Lui era atterrato sui due pattini.
Ero rimasta affascinata.
Ero corsa sulla pista e da incosciente l’avevo provato. E quel giorno l’avevo realizzato davanti al mondo intero.
Il pubblico andò in delirio. E io con loro.
Durante la gara volli allora inserire un quadruplo toe loop. Non era previsto, ma ero troppo eccitata.
Mi andò male. Non riuscii a chiudere il quarto giro e i giudici mi punirono. Piazzandomi quarta.
Arrogante mi definirono.
Se non segui le tradizioni non puoi vincere?
Se sei arrogante non puoi vincere?
Se sei nera non puoi vincere?
Va bene, mi sono detta. Non importa. Perché non serve un oro per dimostrare qualcosa al mondo.
Dovevo solo aspettare il momento giusto.
E il momento giusto arrivò.
Alle Olimpiadi di Nagano, Giappone, nel 1998.
Ero alla mia terza partecipazione alle Olimpiadi.
Nelle due precedenti nessuna medaglia. Ingiustamente.
E sarebbe stato così anche quella volta.
I giudici mi avrebbero punito duramente dopo aver sbagliato quel triplo Salchow.
Era quello il momento.
Ricordate il salto proibito nelle competizioni che avevo realizzato durante il riscaldamento ai Giochi di Albertville?
Si chiama “backflip”, un salto mortale all’indietro. Perché è proibito?
Perché è molto pericoloso. Troppo pericoloso.
In quel momento solo tre uomini al mondo erano riusciti a effettuarlo atterrando però su entrambi i piedi.
Chi mai potrebbe rischiare la vita atterrando su una lama sola?
Chi potrebbe anche solo pensare di effettuare un salto mortale all’indietro atterrando su una gamba sola?
Magari una donna? Magari una donna nera? Magari proprio io, Surya Bonaly?
Ero splendida quel giorno con il mio vestitino chiaro sulla musica dell'Inverno di Vivaldi.
Il triplo Salchow è secondo per difficoltà.
E fu su quel salto all'inizio che caddi.
Pensai che fosse giunto il momento di passare alla storia.
Sapevo che i giudici mi avrebbero punito.
Cambiai il programma in corsa, inserendo appunto il backflip, il salto mortale all’indietro.
Con una variante.
Sarei atterrata su una lama sola.
Un salto mai tentato prima.
I giudici mi punirono nel punteggio.
La folla presente invece andò in visibilio.
Il mondo andò in visibilio.
Avevano appena assistito a un evento incredibile.
Avevano appena visto Surya Bonaly entrare nella storia.
bit.ly/2M3Hu9F
Dopo quel giorno ho messo la parola fine alla mia carriera agonistica.
Mi sono trasferita negli Stati Uniti dove mi sono esibita come professionista nello spettacolo sul ghiaccio Champions on Ice.
Senza mai smettere di combattere le ingiustizie.
Tutte le ingiustizie.
Se ho insegnato a qualcuno come fare quel salto mortale all'indietro? No, è troppo difficile.
E troppo pericoloso.
“Non me la sento di prendermi la responsabilità d’insegnare una mossa che potrebbe divenire fatale e rovinare una carriera”.
Surya Bonaly, convinta che i giudici le attribuissero punteggi inferiori per il suo stile diverso e per la sua pelle diversa dalle altre, decise di lottare contro i pregiudizi scardinando le regole del gioco.
Senza mai smettere di lottare.
Come fanno tutti i rivoluzionari.

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5 Nov
Oggi ci rido sopra.
E forse un sorriso verrà anche voi alla fine della storia, ma vi assicuro che ho rischiato di brutto.
Ma proprio brutto brutto.
E’ un miracolo che oggi, che di anni ne ho ottantasette, sia qui a raccontare cosa accadde in quei giorni. Partendo dall’inizio.
Era il 1928 quando i coniugi Levinsons, cantanti lirici dell'Opera di Riga, in Lettonia, si trasferirono a Berlino.
Ormai famosi, la Deutsche Oper aveva offerto loro un contratto principesco che mai avrebbero potuto rifiutare.
E fu a Berlino, il 17 marzo 1934 che nacque Hessy, a due passi dalla Porta di Brandeburgo.
Per i miei genitori una bambina bellissima.
E sinceramente anch’io sono d'accordo.
E non lo dico solo perché quella bambina, Hessy, ero io. Ero bella, dai. Ma proprio bella bella. Image
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4 Nov
Mi chiamo Werner e oggi sono stato scelto come immagine per un manifesto di reclutamento nella Wehrmacht.
Siamo nel 1939 e indosso la divisa tedesca, pronto a partire per l’invasione della Polonia.
Sono stato scelto come “il soldato tedesco ideale, puro ariano”.
Vi state forse chiedendo com'è fatto un perfetto soldato tedesco, ariano puro?
Come me.
Occhi azzurri, zigomi alti, mento cesellato, scatola cranica stretta e allungata.
E uno sguardo glaciale.
Niente a che vedere con quelli di razza inferiore riconoscibili dal naso adunco, bocca larga, capelli ricci rossi, labbra carnose e corpo villoso.

Almeno così sono identificati i tedeschi non ariani, di razza impura.
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30 Oct
Un dilettante.
Eppure avete avuto nei confronti della sua vicenda parole di ammirazione.
“Bellissima storia”, “storia geniale”, “carinissima storia”, “fantastica storia”.
Della mia di vicenda, vi garantisco, è stato detto ben altro.
Non ricordo nessuna ammirazione. Anzi.
Va bene, prendo atto, ma per quanto mi riguarda vi garantisco di non avere nessuna colpa per quello che è avvenuto durante la mia vita lavorativa.
Mi ritengo solo fortunata, quello sì.
Una fortuna iniziata fin dalla nascita.
Nella pampa argentina, nei pressi di Bahia Blanca.
Dove sono nata il 2 ottobre 1887, prima di nove figli. Mi chiamo Violet Constance Jessop.
I miei genitori venivano dall’Irlanda.
Ero ancora piccola quando la mia vita venne segnata da due disgrazie: la tubercolosi e la morte di mio padre, un allevatore di pecore.
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28 Oct
Già. Alla fine sono stato chiamato “l’inaffondabile”.
E sinceramente, se mi hanno affibbiato quel nomignolo, un fondo di verità c’è.
Ma è proprio grazie a quell’appellativo che oggi posso raccontarvi la mia storia.
Non ricordo chi mi imbarcò nel mio primo viaggio in mare sulla nave da battaglia Bismarck.
Era il maggio del 1941.
La Bismarck era battezzata così in onore del cancelliere Otto von Bismarck.
Una nave tedesca, varata il 14 febbraio 1939.
C’erano tutti ad assistere al suo varo.
Hitler, Raeder, Keitel, Göring, Goebbels, Hess, Ribbentrop, Himmler, Bormann e von Schirach.
Un vessillo della nuova potenza nazista.
Veloce, ben corazzata, con grande autonomia.
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22 Oct
Mi chiamo Emma.
E in quei giorni d’inverno del 1943 continuavano a ripetermi di scappare, di fuggire, ma io non ne volevo sapere.
Chi mai avrebbe voluto fare del male a una donna di sessantasette anni e a sua figlia Anna, trent’anni, con una rara e grave forma di epilessia?
Abitavamo a Este, in via Macello.
E quella mattina eravamo uscite di casa come al solito, incamminandoci verso il nostro negozio di merceria in via Roma.
Ricordo che era un sabato.
E di sabato a Este c’è il mercato.
Poche bancarelle, tempi magri per il commercio.
La guerra durava ormai da tre anni.
Però il Natale si avvicinava.
«Forse ci scappa qualche soldo», per questo avevamo abbellito la vetrina con le statuine del presepe.
Avevamo appena aperto, quando un carabiniere entrò nel negozio.
Vedemmo subito che era impacciato.
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21 Oct
Lo so, sono cose che non dovrebbero accadere. Però è successo. Cosa avrei dovuto fare? Urlare al mondo l’ingiustizia subita? Quello fu solo la logica conseguenza. Ai miei tempi il sistema scolastico cercava persino di scoraggiare le ragazze dallo studio delle materie scientifiche
E se qualcuna si impuntava e voleva assolutamente iscriversi all’università, le venivano richiesti voti più alti rispetto ai maschietti. Assurdo, vero?
Comunque. Cominciamo dall’inizio.
Sono nata a Belfast il 15 luglio 1943.
E sono una di quella ragazze che puntarono i piedi.
Il mio interesse per l’astronomia? Lo devo a papà.
No, non era un astronomo, e non mi aveva nemmeno trasmesso una sua passione. Era solo un architetto. Speciale però, perché aveva partecipato alla costruzione dell’Osservatorio di Armagh, nell’Irlanda del Nord.
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