Mi chiamo Emma.
E in quei giorni d’inverno del 1943 continuavano a ripetermi di scappare, di fuggire, ma io non ne volevo sapere.
Chi mai avrebbe voluto fare del male a una donna di sessantasette anni e a sua figlia Anna, trent’anni, con una rara e grave forma di epilessia?
Abitavamo a Este, in via Macello.
E quella mattina eravamo uscite di casa come al solito, incamminandoci verso il nostro negozio di merceria in via Roma.
Ricordo che era un sabato.
E di sabato a Este c’è il mercato.
Poche bancarelle, tempi magri per il commercio.
La guerra durava ormai da tre anni.
Però il Natale si avvicinava.
«Forse ci scappa qualche soldo», per questo avevamo abbellito la vetrina con le statuine del presepe.
Avevamo appena aperto, quando un carabiniere entrò nel negozio.
Vedemmo subito che era impacciato.
Anche quando ci disse che aveva ricevuto l’ordine di accompagnarci in caserma.
Chiudemmo il negozio e lo seguimmo.
Quel momento era arrivato.
Da quel 30 novembre, quando alla radio avevo sentito che avrebbero istituito campi di concentramento per gli ebrei italiani.
Già, perché io e mia figlia Anna siamo ebree.
Ricordo bene quando ero arrivata a Este da Ferrara con mio marito Arturo.
A Ferrara avevamo aperto un negozio di stoffe e lì erano nati i nostri figli, Anna e Umberto Primo.
Ci dicevano già allora di scappare.
Eravamo ebrei, ma perché scappare? Non avevamo mai avuto problemi. Magari qualche scherzo, quello sì. Se “scherzo” si può chiamare quando passavamo per strada e i ragazzi impugnavano una falda della giacca come un orecchio di maiale.
I ragazzi si divertivano così con noi ebrei
Malgrado tutto, Anna si era iscritta nelle Giovani Italiane e Umberto nel Partito Fascista.
Poi la malattia di Anna e il licenziamento di Umberto, dopo le leggi razziali. E ora eravamo in una caserma per quella circolare che, a essere sinceri, nemmeno al capitano Palumbo piaceva
Ma gli ordini erano ordini.
Il capitano sapeva che i maschi ebrei erano già tutti nascosti.
In paese erano rimaste le donne.
Prese alcune note e poi ci concesse di andare a dormire da una nostra amica, la Clara Lelli.
Arrivarono alle otto di mattina. I carabinieri, intendo.
Ci fecero salire su un camion.
Destinazione: il campo di concentramento di Vo’.
Ci volle poco più di mezz’ora per arrivare alla villa.
Sì, perché come sede del campo era stata scelta Villa Venier, a Vo’.
Una bellissima villa seicentesca con un giardino ben recintato
La villa era in affitto alle suore Elisabettine di Padova.
Era stata requisita, ma alle suore era stato concesso di rimanere al primo piano, con il compito di far da mangiare ai prigionieri.
I primi ebrei erano arrivati il 3 dicembre.
Il 6 erano già 35, poi diventammo quasi 60
Eravamo solo anziani, donne e bambini.
E c’era mia figlia Anna, che era malata.
In quei giorni uno degli obiettivi del programma fascista si stava realizzando.
Perché gli ebrei erano «stranieri, nemici della nazione Italia».
Una volta arrivate a Villa Venier ci avevano portato via tutti i soldi. Noi avevamo solo 100 lire. Ricordo che portarono via gli ultrasettantenni. Alla fine rimanemmo in 48. In pieno inverno, senza tavoli, né sedie. Dormivamo su sacchi riempiti di paglia. Poi arrivò la primavera.
Quando vidi Anna peggiorare, con crisi epilettiche sempre più forti e frequenti, presi carta e penna e scrissi al questore chiedendo la nostra liberazione e allegando il certificato medico di mia figlia.
Non ebbi mai risposta.
Perché per i fascisti quelle lettere erano inutili.
Venivano tutte archiviate. O meglio, cestinate. Eravamo ebree. Per loro non esistevamo più.
Arrivò il 17 luglio del 1944.
Erano le due del pomeriggio quando udimmo delle grida provenire dal centro del paese.
“Stanno arrivando due grossi camion tedeschi!”.
Ci portarono prima in carcere a Padova, poi il 19 luglio alla Risiera di San Sabba.
Partimmo da Trieste il 31 luglio.
Destinazione: Auschwitz.
Una destinazione senza ritorno.
C’erano tutti su quel treno diretto verso l’abisso. Anche Emma e la figlia Anna.
C’era Eva Kapper, di otto anni, con il fratellino Pietro, sei anni, che aveva scritto una letterina agli amici durante la permanenza in villa.
Otto anni e sei anni.
Solo tre donne tornarono da quell'inferno.
Erano salite 47 persone su quei camion, ma in villa erano in 48, ricordate?
Anche Emma se n’era accorta, dal camion.
Si era accorta che era salita la signora Gesses, ma non la figlia Sara di otto anni.
Sara stava giocando con le suore e all’arrivo dei tedeschi le stesse suore l’avevano nascosta. Rischiando la loro vita.
Ora chiudete gli occhi e provate a immaginare il dolore di una mamma che sa di andare a morire, che non vedrà più la sua bambina. O il dolore della piccola.
Se avete occasione di passare da Villa Contarini Giovanelli Venier fermatevi davanti alla lapide che commemora l’abisso in cui sprofondarono quegli ebrei.
Ricordando che l’abisso cominciò ben prima delle leggi razziali, dei campi di concentramento e delle camere a gas.
Entrati nella villa fummo caricati sui camion. Io e Anna
sul primo. Stanca appoggiai la testa sulla spalla di Anna. Due camion, 47 pericolosissimi ebrei. Un “pericolo” per la nazione.
47, non 47mila, non 4.700, non 470: 47 anziani, donne e bambini.

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21 Oct
Lo so, sono cose che non dovrebbero accadere. Però è successo. Cosa avrei dovuto fare? Urlare al mondo l’ingiustizia subita? Quello fu solo la logica conseguenza. Ai miei tempi il sistema scolastico cercava persino di scoraggiare le ragazze dallo studio delle materie scientifiche
E se qualcuna si impuntava e voleva assolutamente iscriversi all’università, le venivano richiesti voti più alti rispetto ai maschietti. Assurdo, vero?
Comunque. Cominciamo dall’inizio.
Sono nata a Belfast il 15 luglio 1943.
E sono una di quella ragazze che puntarono i piedi.
Il mio interesse per l’astronomia? Lo devo a papà.
No, non era un astronomo, e non mi aveva nemmeno trasmesso una sua passione. Era solo un architetto. Speciale però, perché aveva partecipato alla costruzione dell’Osservatorio di Armagh, nell’Irlanda del Nord.
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20 Oct
Il primo provvedimento legislativo razziale assunto dal regime fascista fu il RD-L 4 settembre 1938, n. 1381- "Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri”. Vietava loro di poter fissare dimora in Italia.
A quelli già presenti sei mesi di tempo per lasciare il Paese.
Seguirà il RD-L 17/11/1938, n. 1728 con i provvedimenti per la difesa della razza italiana.
Congresso di Verona del Partito Fascista (14-16 novembre 1943.
Al punto 7.
"Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica".
I tedeschi entrarono a Bergamo il 10 settembre 1943. Era pomeriggio quando una colonna autotrasportata proveniente da Brescia si unì ai soldati tedeschi già presenti al campo di aviazione di Orio al Serio. Centinaia di uomini, con molte armi.
E autoblindo, con bocche da fuoco.
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19 Oct
Cinque giorni fa ho compiuto quarantotto anni.
Oggi faccio il pilota di auto, ma non posso dimenticare quel giorno. Alla mia ultima Olimpiade.
Avevo solo 29 anni, ma senza più futuro in quella specialità a causa dei troppi infortuni.
E il pensiero corre a quel giorno.
A cosa sto pensando?
In attesa della gara dei quarti di finale della mia gara olimpica sui 1000 m. dello short track ripenso alla mia carriera, a quello che è stato e a quello che avrebbe potuto essere.
Se non ci fosse stato quel brutto incidente.
Se oggi non lotterò per una medaglia è colpa di quell’episodio. Non sono più competitivo. Difficile persino superare il turno.
Sono alle Olimpiadi di Salt Lake City del 2002, prossimo al ritiro. Mi è costato arrivare qui. Costretto persino a lavorare per avere i soldi necessari.
Read 19 tweets
16 Oct
Perché avevo lavorato anche in quella viglia di Natale del 1944?
Perché qualche soldo faceva comodo alla mia famiglia, ma non solo.
Malgrado il lavoro duro, mettevo i sassi per rifare le strade, qualche soldino mi avrebbe permesso di soddisfare un desidero.
Andare al cinema.
Era quello che avrei fatto quella sera. Tornato a casa, avevo cenato frettolosamente e poi mi ero messo l’abito della festa. Il cinema era a Lovere, il Conti, dal nome del suo proprietario, anche se noi lo chiamavamo Cinema Maino. Stavo per uscire quando papà mi richiamò indietro
“Bortolo, togli quel fazzoletto rosso al collo. E’ pericoloso con tutti quei fascisti in giro”.
Per non contrariarlo tolsi il fazzoletto e lo misi in tasca. Abitavo a Branico, frazione di Costa Volpino, dove ero nato l’8 ottobre del 1926.
Da lì mi recai a Lovere. Al cinema.
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15 Oct
"Le leggi razziali? Applicate all'acqua di rose".
L'acqua di rose è un'essenza. Delicata.
Il fosfuro di zinco invece è un composto chimico inorganico.
Ingerito, a contatto con i succhi gastrici, produce fosfina (fosfano).
Altamente tossico.
La conobbi nel 1913.
Era iscritta alla facoltà di Matematica dell’Università di Ferrara e poi si era trasferita a Firenze per frequentare i corsi di Zoologia e Botanica della facoltà di Medicina.
La conobbi lì e dopo una breve frequentazione ci fidanzammo.
Lei, la mia Enrica.
Era nata a Ferrara il 10 novembre 1891, ultima di quattro figli.
Ero con lei quando si laureò in Scienze naturali il 1º luglio 1914 con una tesi «Sul comportamento del condrioma nel pancreas e nelle ghiandole salivari del riccio durante il letargo invernale e l’attività estiva».
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14 Oct
"Le leggi razziali? Applicate all'acqua di rose".
L'acqua di rose è un'essenza e non risulta che l'uso sia associato a rischi per la salute.
"Le leggi razziali? Applicate all'acqua di rose?". Nessun rischio per la salute?
Questo lo dite voi.
Mi chiamano “Moretto” perché da piccolo ero scuro di capelli.
In realtà il mio nome è Pacifico Di Consiglio, nato a Roma il 10 giugno 1921.
Vivo in via Sant’Angelo in Pescheria, numero 28, a due passi dal Tempio Maggiore, nel cuore del Ghetto.
Come li ricordate i vostri diciassette anni? Felici? Spensierati? Beati voi.
Oggi, nel 1938, quello che «ha fatto anche cose buone» «all’acqua di rose» ha pensato bene di cacciare dalle scuole e dai posti di lavoro quelli come me.
Ebrei, insomma.
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