Sei settimane fa mi hanno dato per morto.
Vi assicuro che è una cosa strana leggere sui giornali della propria dipartita, soprattutto se sei ancora vivo e vegeto, seppur in un letto d’ospedale.
Naturalmente, ho dovuto smentire la notizia.
Male stavo male, ma almeno aspettare l’ultimo mio respiro, via!
A dire la verità ci sono andati vicini, perché oggi, 22 dicembre 2016, è successo veramente.
Sono morto all’ospedale di Toronto, a causa di un’insufficienza respiratoria.
È strano che siano stati proprio i polmoni a fermarmi.
Alcuni giornali hanno scritto che avevo settantadue anni, perché nato nel 1944.
Altri giornali hanno scritto invece che sono nato nel 1938.
Volete sapere una cosa?
In realtà, nessuno conosce la mia data di nascita.
Neppure il sottoscritto.
E sinceramente la cosa non mi interessa, perché da dove provengo le certificazioni anagrafiche lasciano ancora oggi il tempo che trovano.
Infatti, sono nato in Etiopia, ad Adigrat, una città nella regione di Tigrè.
Raccontano che io abbia sviluppato la mia straordinaria resistenza correndo su e giù per un terreno ripido. Non è vero.
Furono le dodici miglia da casa a scuola tutti i giorni, di corsa, a darmi quella forza nelle gambe.
Finita la scuola, andai a lavorare in fabbrica.
Avevo già ventiquattro anni, quando casualmente entrai nello stadio dove si stavano disputando alcune prove per scegliere gli atleti da mandare alle Olimpiadi di Città del Messico.
Chiesi di poter correre la prova dei 10mila metri piani.
Roba Nigussie, l’allenatore della Nazionale di atletica, acconsentì.
Feci una pessima figura.
Era la prima volta che correvo quella distanza, senza allenamento e senza scarpe degne di questo nome. Allo sparo, scattai come se non ci fosse un domani.
5 giri dopo ero esausto, sfinito.
Altro che 10mila metri. Naturalmente, arrivai ultimo.
Non so cosa vide in me l’allenatore, ma so che rimase talmente impressionato da consegnarmi una lettera di presentazione per un suo amico che lavorava in una base dell’aeronautica militare.
Ottenni un lavoro, come guardia, e la possibilità di allenarmi, finalmente.
Fu proprio in quel periodo che venne fuori tutto il mio talento per il mezzofondo.
Vi garantisco che non sono diventato un emigrante per scelta.
So che verrò sepolto ad Addis Abeba, magari con tanto di “comitato di accoglienza”, come un eroe, ma non ero certo un eroe quando la dittatura mi costrinse a fuggire negli Stati Uniti.
In quegli anni, gli atleti etiopi erano solo strumenti della propaganda. Solo quello.
Era stato così nel 1968, quando ero partito con la squadra di atletica leggera per il Messico.
Feci solo da spettatore in quelle Olimpiadi, ma ero appena agli inizi.
La mia carriera internazionale cominciò nel 1971. Sbadato ero sbadato, via.
In uno “Stati Uniti contro Africa”, negli ultimi metri di un 10mila molto combattuto, scattai velocissimo.
Alla fine, però, vinse Steve Prefontaine.
Inevitabile, visto che avevo sbagliato ed ero scattato con un giro di anticipo.
Nel 1972 il mio debutto olimpico, a Monaco.
Vinsi la medaglia di bronzo nei 10mila metri dopo il finlandese Lasse Virén e il belga Emiel Puttemans, con il tempo di 27'41''.
Un buon tempo. E nei 5mila metri?
Iscritto ero iscritto, ma non corsi quella gara.
Il giorno dopo i giornali parlarono di un litigio con i miei dirigenti.
Dissero che forse era stata la security a bloccarmi al cancello del check-in.
Che rimanga fra noi: non mi ero presentato ai blocchi di partenza perché mi ero perso nei corridoi dello stadio.
E così, al ritorno in patria, venni accusato di tradimento e incarcerato per inadempienza. Tre mesi.
Quanti anni avevo nel 1972? Ve l’ho detto. Ventotto, forse trenta. O trentadue?
Comunque.
La mia carriera è stata come le montagne russe.
Nel 1976 niente partecipazione alle Olimpiadi a causa del boicottaggio portato avanti dal mio Paese, l’Etiopia.
Nel 1979 vinco l’oro nei 5mila e nei 10mila ai campionati africani.
Per poi partecipare alle Olimpiadi di Mosca del 1980.
Vi anticipo che ho vinto la medaglia d’oro sia nei 5mila che nei 10mila metri piani. Incredibile, vero?
Ora vi racconto.
Comincio col dirvi, onestamente, che a causa del boicottaggio in quelle due specialità non poté partecipare il primatista mondiale, il keniota Henry Rono.
C’era però, a difendere il doppio titolo olimpico, Monaco-Montréal, il grande Lasse Virén, lui sì.
Ricordo che nell’elenco dei partecipanti ai Giochi di Mosca c’era scritto che ero nato il 5 giugno 1945. Quindi, secondo loro, avevo trentacinque anni. Non so.
Forse avrei compiuto i trentasette a settembre, anche se alcuni amici dicevano in giro che di anni ne avevo già trentanove. Aveva forse importanza?
Dimenticavo. Mi chiamo Miruts Yifter. Almeno credo. Ricordatevi questo numero, il 191.
Lo indossavo proprio in quei giorni.
Le mie non furono semplici vittorie, ma qualcosa di più.
“Yifter the Shifter”, ‘il cambio’, così venni chiamato. Il cambio di passo, quello effettuato agli ultimi 300 metri in entrambe le corse.
«300 metri è l’ideale per scattare. Non troppo tardi, non troppo presto.»
E io ai 300 metri scattavo come in una finale.
Come se quella distanza fosse una gara olimpica.
Sono stato io a cambiare il mezzofondo con quello sprint. Ultimi 300 metri in 36''8.
Non male, vero?
Senza contare gli ultimi 200 metri corsi in 26'' e rotti in entrambe le corse.
Con quelle due medaglie d’oro diventai il quarto atleta della storia a fare quella doppietta olimpica dopo Kolehmainen, Zátopek e Virén nel 1972 e nel 1976.
Quanti anni avevo quando realizzai quelle imprese?
Ve l’ho detto. Credo 35. O forse 38. O ne avevo già 42? Chissà!
«Io non conto gli anni. Gli uomini possono rubare i miei polli, gli uomini possono rubare le mie pecore, ma nessuno può rubare la mia età» amavo ripetere.
Io, il grande Miruts Yifter.
O forse il mio nome è Muruse Yefter?
Ancora oggi, nessuno conosce la vera data di nascita di Miruts Yifter.
Si pensa possa oscillare tra il 1938 e il 1944.
Non esistendo una vera registrazione e quindi un’anagrafe, ancora oggi in molti Paesi non è possibile festeggiare il proprio compleanno.
Le nascite di circa un quarto dei bambini nel mondo non sono mai state registrate.
Le Nazioni Unite hanno deciso che ogni bambino ha il diritto di essere registrato al momento della nascita.
E tutti i Paesi si stanno adoperando in tal senso.

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4 Jun
E il viaggio continua.
Il viaggio di queste piccole Spoon River – come qualcuno ha definito questi libri – non poteva non fare tappa in quella che è una miniera inesauribile di emozioni e buoni sentimenti. Lo sport.
Carlo Lucarelli @CarloLucarelli6 ha scritto che «scocca una scintilla, quando un narratore incontra una storia», soffermandosi sulle emozioni che una storia può produrre.
È vero. E, quando questo accade, quella voglia di raccontare e di produrre scintille, non ti abbandona più.
Grazie a @peoplepubit @civati @stefanocatone @sfocature per aver realizzato l’ennesimo sogno.
Read 6 tweets
24 May
Zitto Johannes. Con me non funziona il botta e risposta che fai di solito con gli altri. Raccontando di Claudio, mio marito, hai riportato la frase del tribuno mentre mi uccideva. “Se la tua morte sarà pianta da tutti i tuoi amanti, allora piangerà mezza Roma!". È ora di finirla.
Vuoi sapere qualcosa di me? Siediti e ascolta.
Ne ho le scatole piene di gente che parla male della sottoscritta.
I vostri storici moderni hanno riabilitato tutti.
Da quel pusillanime di mio marito Claudio, a Nerone e persino Caligola.
Perché non hanno riabilitato anche me?
Su Wikipedia c’è scritto: “Valeria Messalina imperatrice, consorte dell'imperatore Claudio”.
Perché alla voce Claudio imperatore non c’è scritto “consorte dell’imperatrice Messalina l’Augusta?”.
Ho un vago sospetto.
Tra l’altro il titolo di Augusta mi spettava.
Read 25 tweets
21 May
Non è giusto Johannes. Non è giusto.
Non eri tu che usavi la Macchina del Tempo?
Magari la possiamo utilizzare per rivedere quello che è veramente successo.
Mi ci vorrebbe proprio qualcosa del genere.
Tornare a quel momento. A quell’ingiustizia.
«Non ho capito Diodoro.
Vorresti rivedere cosa accadde esattamente in quel frangente?
Quello che alla fine causò la tua morte?
E una volta appurato?
Niente e nessuno può cambiare un risultato.
Alla fine le proteste sono praticamente inutili».
Le proteste saranno pure inutili, ma quel Summa Rudis era un corn….bip.
Inutile Johannes che metti il bip.
Il Summa Rudis era un ex gladiatore che una volta andato in pensione iniziava a fare l’arbitro nei combattimenti.
Un arbitro Johannes.
Quindi posso dire corn…bip.
Read 21 tweets
13 May
«Salve Gaio.
Ieri sera (bit.ly/3y8BXUY) abbiamo raccontato che una volta approvata la tua legge, che concedeva ai plebei le terre dei Galli, accadde qualcosa di grave.
Si avverò una delle sventure profetizzate dal Senato. Le tribù galliche si rivoltarono contro Roma».
E il Senato diede la colpa a me. Assurdo.
Delle loro profezie fregava niente.
Come ti ho detto ai loro dei non credevo, figuriamoci alle profezie dei loro aruspici.
Sai, quei sacerdoti che prevedevano il futuro osservando le viscere degli animali sacrificati.
Stupidaggini.
«Stupidaggini, certo. Ma avevano previsto la ribellione dei Celti, o Galli come li chiamavate. Fu gioco facile scatenare il popolo contro di te.
La cosa era seria. Nella capitale Mediolanum erano confluiti migliaia di Celti. Partiti alla volta di Roma avevano assediato Rimini».
Read 25 tweets
12 May
Sono sorpreso Johannes. Non capisco perché vuoi parlare con me. Sui libri di storia solo un accenno sul mio conto, solo per dire che sono stato sconfitto da Annibale nella battaglia del lago Trasimeno.
Solo quello. E niente più.
Hai letto cosa dicono di me gli storici?
«Sì. Ho letto Polibio e Livio.
Hanno usato parole sprezzanti nei tuoi confronti. Hanno scritto che hai sottovalutato il genio militare di Annibale.
Una domanda.
Molti altri generali sono stati sconfitti da Annibale, perché Polibio e Livio hanno disprezzato solo te?»
Hai ragione Johannes. Non hanno scritto le stesse parole sdegnose su Publio Cornelio Scipione, sconfitto e ferito nella battaglia del Ticino.
Neppure su Tiberio Sempronio Longo, sconfitto da Annibale nella battaglia della Trebbia.
Per non parlare dei generali sconfitti a Canne.
Read 24 tweets
6 May
Scusa Johannes. Hai parlato con Nerone prima e con Caligola poi. E io chi sono? Sono forse un Imperatore minore rispetto agli altri?
Faccio parte anch’io della dinastia giulio-claudia e quindi non capisco perché non hai ancora raccontato la mia storia.
«Niente di personale Claudio.
Ti volevo lasciare per ultimo perché sei la dimostrazione che dare giudizi su una persona senza conoscerla a volte è sbagliato.
Che non si giudica qualcuno solo dal curriculum o dal titolo di studio.
E nemmeno dal numero di follower».
Questo è vero. Nessuno mi considerava.
Essere insignificante, balbuziente e claudicante, anche se unico maschio adulto della dinastia giulio-claudia, ero stato messo in disparte.
Deriso e sbeffeggiato da mio nipote Caligola.
A proposito. Cosa diavolo sono i follower?
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