Era stato il mio comandante, il capitano di corvetta Costantino Borsini, a dirmi di scendere nella zattera. Tanto ormai la nave era perduta.
Io avevo obbedito, avendo avuto assicurazioni dallo stesso comandante che mi avrebbe seguito.
Appena i marinai si fossero messi in salvo.
Era bella la mia nave. La Francesco Nullo, cacciatorpediniere della Regia Marina italiana. Bella e veloce. La più veloce della classe Sauro. Riusciva a raggiungere la velocità di 37,4 nodi. In attesa del comandante vi racconto come sono finito in questo angolo del Mar Rosso.
Mi chiamo Vincenzo Ciaravolo e sono nato a Torre del Greco il 21 novembre 1919.
Visto che oggi è il 21 ottobre 1940, fate voi i conti.
Non sono un semplice marinaio, ma attendente del capitano Borsini.
Arrivare in marina era stata una cosa naturale essendo nato da una famiglia di marinai. Prima imbarcato su una nave mercantile poi sul Lombardia, un piroscafo passeggeri requisito per scopi bellici e impegnato prima nella guerra civile spagnola, e poi nella guerra d'Etiopia.
La leva obbligatoria mi portò, il 15 dicembre 1939, nella Regia Marina italiana, assegnato di servizio al cacciatorpediniere Francesco Nullo, dislocato nel Mar Rosso.
Per la Regia Marina italiana la guerra non iniziò granché bene.
In due settimane, dal 10 giugno 1940, avevamo perso ben 4 sommergibili. Il 15 giugno il Macallè si era incagliato e auto affondato. Il 19 giugno il Galilei era stato catturato dagli inglesi. Il 23 giugno il Torricelli per autoaffondamento dopo un combattimento con navi inglesi.
E poi nella notte tra il 23 ed il 24 giugno, il Galvani dopo un combattimento con il cacciatorpediniere Kimberley e la corvetta Falmouth. Ancora nessuno unità di superficie era andata persa. Almeno fino ad oggi. Ventuno ottobre 1940.
Eravamo stati inviati, il Nullo e le sue unità gemelle, in Mar Rosso. A Massaua.
La missione? Intercettare tutto il traffico nemico che portava rifornimenti dall’Impero Britannico da Oriente a Suez. Quanti convogli avevamo intercettato? Neanche uno.
Normale, quando ti manca una ricognizione aerea adeguata.
Era andata così per tutta l’estate, quando finalmente il 14 ottobre ci venne segnalato un convoglio nemico formato da circa trenta piroscafi, cinque siluranti, un incrociatore e un cacciatorpediniere.
Avvistammo le unità britanniche alla mezzanotte del 20 ottobre.
Ci muovemmo. I cacciatorpediniere Pantera, Leone, Sauro e il Nullo, la mia nave.
A 5.000 metri di distanza fu il Pantera a lanciare i primi siluri. A vuoto.
Pantera e Leone ripiegarono sotto il fuoco nemico.
Nella confusione la mia nave, il Nullo, perse il contatto con il Sauro.
Il comandante Borsini ci ordinò di sospendere il fuoco per non essere individuati osservando le vampe dei nostri cannoni. Ma per una avaria partì ancora un colpo.
Ci localizzarono.
Avendo la bussola danneggiata, il comandante decise di non rientrare a Massaua, troppo pericoloso per i suoi bassifondi, ma di dirigersi verso il canale orientale. E fu lì che lo incrociammo. Il cacciatorpediniere inglese HMS Destroyer Kimberley.
Ci dirigemmo verso la nostra batteria costiera Giulietti piazzata sull’isola di Harmil. L’unica mostra salvezza.
Mentre le batterie di Armil iniziarono a sparare noi riuscimmo a colpire il fumaiolo del Kimberley.
Ma erano le 06.35.
E la luce dell’alba illuminò il Nullo.
Diventammo un facile bersaglio.
Il Kimberley ci lanciò contro un primo siluro che spaccò il Nullo in due tronconi.
Solo allora il comandante diede l’ordine ai marinai di mettersi in salvo. Io avevo obbedito.
“Ma cosa aspetta a scendere dalla nave? Comandante!!! Comandante!!!!”
Il comandante Costantino Borsini, nato a Milano il 7 aprile1906, non lasciò mai il suo posto di comando.
Non abbandonò mai il Nullo, la sua nave.
Messi in salvo tutti i suoi uomini salì in plancia.
Per affondare con la sua nave.
Ma non da solo.
Il marinaio Vincenzo Ciaravolo, suo attendente, non vedendolo scendere, si gettò in mare dalla zattera e a nuoto salì a bordo da una scaletta che penzolava da una fiancata. Per fare una cosa sola.
Morire con il suo comandante.
I ragazzi imbarcati sulle navi della Regia Marina si batterono sempre valorosamente. Diverso il giudizio versi gli alti gradi, gli Ammiragli e il comando supremo, il Supermarina. E la loro selezione.
Non eravamo preparati per una guerra e lo sapevano tutti.
Rispetto alle altre marine ci mancavano cacciasommergibili, navi scorta e portaerei.
Le nostre artiglierie erano imprecise.
Ci mancavano radar ed ecogoniometri. Impreparati ai combattimenti notturni.
Ci mancava una vera aviazione di marina.
Per non parlare delle continue avarie.
All’inizio delle ostilità, il 10 giugno 1940, avevamo un solo aerosilurante sperimentale fornito di due soli siluri.
Avevamo però 100 sommergibili.
Ne perdemmo dieci durante la loro prima missione.
Perché una marina così incompleta e impreparata? Tutta colpa di un irresponsabile. Lui, Mussolini, che aveva voluto solo una luccicante Marina da parata per la sua propaganda.
Mandando così allo sbaraglio marinai e comandanti.
Come Vincenzo e Costantino.

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