In questi giorni avrei dovuto festeggiare il mio trentesimo compleanno. Peccato.
Oggi, 2 aprile, è comunque una data importante.
Certo, non come un compleanno, sapete, quella cosa con torta e candeline.
Oggi, 2 aprile, sono nove anni esatti che sono morta.
Niente torta di compleanno e niente fiori al mio funerale. Non doveva andare così, non è giusto.
Come non è giusto essere costretti a lasciare la propria terra alla ricerca di un sogno.
Il mio? Una lunga storia. Iniziata con uno sparo in un giorno d’agosto del 2008.
Uno sparo. E poi avevo sentito solo l’urlo della folla.
Non avevo nemmeno lasciato i blocchi che le altre erano già lontane.
Ed ero ancora in curva quando loro già riposavano dopo il traguardo.
Io ultima, anzi, ultimissima.
Eppure negli ultimi 50 metri era accaduto qualcosa.
La gente sugli spalti aveva iniziato a incitarmi, a gridare il mio nome. Sinceramente avrei preferito diversamente. Non è che mi vergognassi, anzi, in fondo stavo rappresentando il mio Paese, la Somalia, alle Olimpiadi di Pechino del 2008.
A soli 17 anni.
Con un paio di scarpe regalate dalla squadra sudanese.
Ultima con il tempo di 32''16, record personale, dieci secondi dopo la prima, Veronica Campbell-Brown.
Un abisso nei 200 metri piani.
Feci comunque il giro di campo con la bandiera del mio Paese al collo.
Rientrai negli spogliatoi, pensando fosse finita.
Mi sbagliavo. I giornalisti di tutto il mondo mi volevano. Per loro ero una notizia. La ragazzina venuta da un Paese in guerra, senza soldi, senza un campo per allenarsi e senza neppure un allenatore, pronta a sfidare il mondo
Avrei preferito un’intervista per essere arrivata prima, non ultima.
Ero arrabbiata. Giurai che sarei ritornata per le Olimpiadi di Londra del 2012 pronta e allenata per vincere. Un giuramento. Una promessa.
Che ci faccio qui, in mezzo al mare?
Proprio per quella promessa.
Ho poco tempo, quindi vi racconterò la mia storia. Dall’inizio.
Mi chiamo Samia Yusuf Omar. Sono nata nel 1991 a Mogadiscio in piena guerra civile, ultima di sei figli di una famiglia povera.
Fin da piccola amavo correre con mio fratello.
Beh, Alì non era proprio mio fratello.
Fu lui a chiedermi di diventare sua sorella.
«Solo se riesci a prendermi» avevo risposto.
Mi aveva presa subito.
Era sopra di me e gli dissi: «Mi devi dare un bacio se vuoi essere mio fratello. Lo sai, sono le regole».
«Abaayo, disse, sorella.»
«Aboowe» risposi, «fratello».
Quel bacio sulla guancia non fu un granché.
Troppo umidiccio. Quando al mercato di Bakara uccisero papà con un colpo di rivoltella, tutto cambiò. Dovetti lasciare la scuola per occuparmi dei miei fratelli, mentre mamma vendeva la frutta al mercato.
Cosa facevo nel poco tempo libero? Correvo. Sempre.
Io e Alì vivevamo nella stessa casa. Due famiglie di etnie diverse.
Le strade tra i quartieri di Mogadiscio diventarono il mio campo di allenamento personale.
A me e ad Alì non importava niente della guerra.
Quel che contava era il nostro bel rapporto. E poter correre.
E sono cresciuta correndo. Il mio idolo? Mo Farah, mezzofondista britannico di origine somala.
Avevo il suo poster in camera.
Come arrivai a Pechino?
Dopo aver vinto alcune gare per dilettanti avevo iniziato a partecipare a quelle per professionisti nel centro olimpico somalo.
Poco prima delle Olimpiadi avevo partecipato ai 100 metri piani ai campionati africani di atletica leggera. Arrivando ultima.
Venni comunque selezionata per le Olimpiadi di Pechino del 2008 nei 200 metri.
Sapete già com’è andata.
Cosa è accaduto dopo? Perché sono in mezzo al mare? Perché i gruppi di Al-Shabaab iniziarono a seminare il terrore nella mia terra.
E io avevo quella promessa da mantenere.
Il governo non poteva aiutare noi atleti e le strutture sportive erano danneggiate.
Per andare alle Olimpiadi di Londra avevo bisogno di un allenatore, accidenti.
Presi quindi la decisione di venire in Europa a cercarlo, perché io, a quella promessa, non volevo rinunciare
Vincere le Olimpiadi di Londra era il mio sogno.
E i sogni non si devono mai abbandonare.
Passando dall’Etiopia, avevo attraversato il Sudan e il deserto del Sahara, e poi ero arrivata in Libia.
Oggi è il 2 aprile 2012 e sono qui, in mezzo al mare.
In acqua.
So che tra poco sarà tutto finito. Le forze cominciano a mancarmi.
Però morire in mare non è giusto, per me che amo la terraferma e quella splendida sensazione di libertà quando corro in pista.
Ma Lampedusa è troppo lontana.
Ero su una bagnarola con altre trecento persone.
Poi il motore aveva borbottato e si era spento.
La nave italiana in lontananza e il tuffo in mare.
Io che non so nuotare, anche se a casa il mare lo sentivo dalla finestra.
Non so degli altri trecento.
Alcuni li ho visti annaspare intorno a me.
Trecento persone, trecento esseri umani.
Uomini, donne, bambini.
Provenivamo da Paesi diversi, con storie diverse, ma avevamo tutti una cosa in comune: inseguivamo un sogno.
Un sogno, finito in fondo al mare.
Grazie a @kudablog per avermi ricordato la storia di Samia.
Una storia raccontata splendidamente da Giuseppe Catozzella @gcatozzella nel libro '' Non dirmi che hai paura ''.
Un libro venduto in tutto il mondo e vincitore di numerosi premi.
E ricordo ancora che potete immergervi nello splendido racconto del maestro Carlo Lucarelli @CarloLucarelli6.
Un racconto ricco di emozioni, che vi farà mancare il fiato. E che alla fine vi farà riflettere.
Guardatelo, ne vale la pena.
bit.ly/2nA3QWo

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29 Mar
Il 25 marzo scorso Venezia ha compiuto 1600 anni.
La sua nascita viene raccontata in “Chronaca Altinate”, anche se la data non è storicamente provata.
Ma non è importante per l’impresa che sto per raccontarvi.
Una delle più grandi di Venezia, forse la meno conosciuta.
Era il dieci dicembre del 1438.
Un rumore sordo tra i boschi del Trentino con i taglialegna che stanno avanzando, senza conoscere ostacoli. Gli alberi che cadono uno dietro l'altro.
Cosa sta accadendo? Di cosa stiamo parlando?
Per comprenderlo, dobbiamo fare un passo indietro.
Al 1410, quando la Repubblica di Venezia sa di essere una potenza nel mare (Stato da Mar), ma comprende anche che l’impero bizantino prima o poi cadrà sotto le lame degli Ottomani.
Ha un sacco di interessi commerciali e monetari in Oriente e appoggia la resistenza bizantina.
Read 23 tweets
26 Mar
Lo sapevo che prima o poi sarebbe toccato a me, uno dei matematici più celebri al mondo. Non solo. Filosofo, fisico, astronomo e inventore.
Ti ringrazio Johannes per avermi interpellato.
Da dove vuoi cominciare? Dall’inizio?
Sono nato nel 287 a.C. nella città di Siracusa.
«Lo so dove sei nato Archimede.
E so anche che durante la tua vita ti sei occupato di matematica, geometria, piana e solida.
E poi di astronomia, di ottica, di meccanica, d’idrostatica.
Ma ti ho interpellato per un’altra cosa.
Vorrei parlare con te di…»
Lo so. Lo so. Vuoi che ti racconti la mia infanzia ad Alessandria, capitale culturale del mondo ellenistico. Andai lì per i miei studi di matematica, ma i miei interessi spaziavano dalla musica alla politica, dalla poesia all’astronomia, e poi l’arte e le tattiche militari.
Read 25 tweets
24 Mar
Odio essere chiamato Caligola.
Mi chiamo Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico.
Te lo ripeto Johannes, dato che alla tua veneranda età stai perdendo colpi.
Mi chiamo Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico.
Gaio Cesare una volta diventato Imperatore.
O anche solo Gaio. Chiaro?
«Scusa Cal…ops Gaio. Datti una calmata, perché ti alteri? D’altronde le fonti storiografiche sono scarse. Una delle poche cose certe è il perché ti chiamavano Cal…quella roba lì, insomma. Eri piccolo e giravi nell’accampamento di tuo padre indossando quelle calzature».
Ricordo. I soldati di mio padre indossavano le caligae. Essendo le mie molto piccole le chiamavano col diminutivo di caligulae.
Sono cresciuto tra i soldati che scherzando mi chiamavano in quel modo.
Però odiavo quel soprannome.
E lo odio tutt’oggi. Quindi regolati.
Read 22 tweets
22 Mar
Perché tutti conoscono Leonida mentre nessuno conosce il sottoscritto?
Perché tutti conoscono le sue gesta e nessuno le mie? Lo chiedi a me? Non so Johannes, me lo devi dire tu.
Tra l’altro, come hai raccontato, fu vera gloria quella del re spartano? O un sacrificio inutile?
«Sinceramente non lo so. Comunque conosciamo poco di te prima di quelle imprese.
Quel poco che sappiamo lo dobbiamo agli storici Diodoro e Plutarco. Provenivi da una nobile famiglia corinzia. Quindi un’infanzia agiata e tranquilla.
E poi la carriera militare».
Sì, nel 366 a.C. ero il secondo in comando di un esercito di 3.000 uomini. Avevo il compito di difendere l'istmo di Corinto.
C’era l’eventualità di un tentativo d'invadere il Peloponneso.
Poi lui decise di occupare l'Acrocorinto, l’acropoli di Corinto. Per diventarne il tiranno
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20 Mar
Sinceramente non capisco perché vuoi scambiare quattro chiacchiere con me, Johannes.
Su Wikipedia ci sono poche righe sulla mia vita
e nessun ritratto o scultura che mi rappresenti.
A chi può interessare quello che ho fatto, come ho vissuto e come sono morto?
«Per me non esistono piccole storie.
Chuck Palahniuk ha scritto: “Scommetto che se tu dipingessi quello che hai nel cuore, finirebbe appeso in un museo”. Io ti dirò di più.
Se ognuno di noi potesse dipingere la propria vita, tutti i quadri finirebbero in un museo».
Prendo atto. Da dove cominciamo?
So che tempo fa hai parlato con mio padre, Pericle.
Per tre sere consecutive.
Certo, lui ha avuto una vita intensa, un grandissimo. Aveva certo molte cose da raccontarti.
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16 Mar
Sì. Johannes, la frase «un’altra vittoria così sui Romani e sarò perduto» è mia.
Per vincere l’avevo vinta quella battaglia, ma quale prezzo. Una vittoria inutile.
Ero convinto che i Sanniti si sarebbero ribellati ai Romani.
O gli Etruschi, o i Latini almeno. Invece.
«Già. Credo tu stia parlando della battaglia del 279 a.C., quella di Ascoli Satriano nell’attuale provincia di Foggia. In realtà le tue perdite, 3.500, furono inferiori rispetto ai Romani dei consoli Publio Decio Mure e Publio Sulpicio Saverrione, che persero circa 6.000 uomini»
E’ vero, i loro caduti venivano però rimpiazzati alla svelta. Per me era più complicato farli arrivare dall’Epiro.
Per quello contavo sulla ribellione di quei popoli.
Da alleati le cose sarebbero andate diversamente.
La battaglia di Malevento avrebbe avuto ben altro esito.
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