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Inutile fingere.
Fuori dagli ambienti specialistici e accademici nessuno si interessa del sottoscritto. Della mia vita intendo.
E delle altre mie opere.
Tutti ne conoscono una sola. Immensa, certo.
Nessuno però conosce la mia angoscia di vivere.
Vi rinfresco la memoria.
Sono nato a Løten, in Norvegia, il 12 settembre 1863.
Mio padre Christian, medico, lavorava al servizio ospedaliero presso la fortezza di Akershus.
Inseguiti dai creditori, fummo costretti a traslocare spesso. Non fu certo quello il mio principale problema.
Avevo 5 anni, nel 1868, quando mamma morì per tubercolosi a soli 30 anni.
Nel 1877 se ne andò la mia sorella maggiore, Johanne Sophie.
Poi toccò a mio fratello Andreas e poi alla mia sorellina Laura. Cadere in depressione fu il minimo.
Per le troppe assenze lasciai la scuola
Fu mio padre a darmi lezioni private e a trasmettermi la passione per i racconti di Poe. Fu la zia Karen ad accorgersi del il mio talento per la pittura. Nel 1881 entrai all’Istituto d’arte e mestieri. Ero giovane, mi piaceva disegnare nudi. Che regolarmente mio padre sequestrava
“Opere degenerate” le chiamava.
Fu così che cambiai genere e nel 1886 dipinsi “La fanciulla malata” impietoso ritratto della malattia che avevo vissuto nella mia famiglia.
Ottenni in questo modo una borsa di studio per trasferirmi a Parigi.
Sinceramente la vita a Parigi mi annoiava.
Poteva mancarmi l’ennesima mazzata?
In questo caso la morte di mio padre.
Fu così che caddi in un profondo stato depressivo.
E in quello stato dipinsi “Notte a Saint-Cloud”.
Io nelle vesti di mio padre morto.
Fu “Malinconia” del 1891 a farmi conoscere. E Berlino a darmi la possibilità di esporre.
I critici fecero chiudere la mostra.
Le proteste mi aprirono le porte a Düsseldorf e Colonia, per poi tornare a Berlino con una vera mostra d’arte, con tanto di biglietto d’ingresso.
E la mia vita privata? Un inferno.
Non solo perché ero stato ricoverato per disintossicarmi dall’alcol, ma per colpa dei continui litigi con Tulla.
Visto che non volevo sposarla un giorno lei, esasperata, mi sparò ad una mano. (“L’assassina”)
Dopo l’ennesima crisi affogata nell’acool tornai in Norvegia dove finalmente trovai un po’ di pace.
A parte l’incazzatura per colpa di Hitler che mise al bando, dal 1940, ottantadue mie opere.
“Autore degenerato” mi chiamò.
“Degenerato”io. E lui allora?
L’ennesima depressione mi venne il 19 dicembre 1943 quando una nave tedesca esplose nel porto di Oslo provocando danni enormi al mio atelier.
Non curai nemmeno la polmonite che nel frattempo mi aveva colpito e morii il 23 gennaio 1944, all’età di 80 anni.
E questa è la mia storia.
Che pochi conoscono. Comunque vi posso capire.
Come potrebbe appassionare una vita raccontata in quadri come “Morte” “Odore di morte”, “Il letto di morte”, “La madre morta e la bambina”, “l’Ansia”, “Al capezzale di un defunto”…
Dimenticavo.
Mi chiamo Edvard Munch e l’opera che tutti voi conoscete è “L’urlo”.
In realtà l’urlo non è stato uno solo (te pareva).
Infatti ne esistono quattro versioni (due disegnate a pastello e due dipinte).
Per la cronaca: “Non mi riconoscete, ma quell’uomo sono io”.
Ho donato le mie opere alla città di Oslo: 1.100 dipinti, 4.500 disegni e 18.000 stampe. Anche la versione l'Urlo del 1893. Rubato nel 1994 da 2 uomini, con una scala in soli cinquanta secondi lasciando un biglietto “grazie per le misure di sicurezza così scarse”. (poi ritrovato)
Schopenhauer riteneva impossibile la riproduzione del grido nelle arti figurative. Si sbagliava.
Quello che ho dipinto è un'esplosione di energia psichica, un insieme di follia, malattia e morte.
Non aveva tenuto conto che forse “…almeno un pazzo avrebbe potuto dipingerlo”.
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