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1938.
«È morto proprio come un ebreo: s'è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola». Con questa frase, il segretario del partito fascista Achille Starace commenta il suicidio dell'editore Angelo Fortunato Formìggini. S'è ammazzato il 29 novembre.
Formìggini ha un'immensa simpatia per il genere umano, cui non risparmia strali e ironie, ma senza mai cadere nel cinico sarcasmo. Tutto il suo percorso accademico e umano è incentrato sulle possibilità di abbattere i limiti imposti da religione, politica, ceto sociale.
Le sue origini familiari affondano in una salda stirpe israelitica ma, nei secoli, l'assimilazione col mondo culturale circostante attenuano alcune caratteristiche. Il giovane Angelo non è vicino ad alcuna religione, non si dà alcuna connotazione razziale: è italiano e basta.
Il 31 maggio 1908, a 20 anni, diventa editore nel modo che gli è affine: per beffa e goliardia. Aiutato da illustri docenti universitari di Bologna e Modena, pubblica alcuni sonetti inediti di Alessandro Tassoni e poesie di altri autori, composte nello stile del poeta modenese.
Poi, anche grazie a Pascoli, prende seriamente il suo ruolo e inaugura una collana filosofica, in cui spiccavano argomenti come la pedagogia, campo d'azione di sua moglie Emilia Santamaria. Pubblica anche riviste, oltre alla collana "Classici del ridere": 105 volumi in 25 anni.
Nel 1915 lascia tutto nelle mani della moglie e parte per la guerra. Spostatosi a Roma, fa uscire "L'Italia che scrive. Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile di tutti i periodici": una rivista che informa i lettori circa le attività di tutto il mondo editoriale.
I lettori amano la rivista, davvero votata all'informazione editoriale a 360°. Angelo fonda e finanzia l'Istituto della propaganda del libro, gestito da un consiglio composto da rappresentanti culturali e politici. Diffonde la cultura libraria, trascura la sua casa editrice.
Dalla fine degli anni '20 inizia un declino dovuto alle tante attività editoriali messe in campo e al sempre maggior ostracismo da parte di intellettuali e colleghi. Gli anni '30 sono disperati. Nel '34 la casa editrice si svaluta e deve vendere la sua casa modenese.
La casa romana in Campidoglio va perduta per la riqualificazione imposta da Mussolini. Le leggi razziali sono il colpo finale. Per evitare di perdere tutto, sparisce come proprietario e firma dei suoi progetti editoriali. Non basta. Angelo F. Formìggini è ridotto al silenzio.
Una vita spesa per la fratellanza, la libertà di pensiero, l'educazione culturale come strada per affrancarsi: tutto vano. Improvvisamente s'accorge, per la prima volta in 60 anni, d'essere ebreo prima di ogni altra cosa. L'affronto alla sua dignità d'essere umano, però, urla.
Non ha mai vissuto silenziosamente e darà un contributo di protesta culturale anche morendo. Si mette in tasca due lettere, una per il re, una per Mussolini, e molti soldi: non vuole che il suicidio passi come un gesto estremo legato ai debiti. Viaggia da Roma a Modena.
Modena, città madre e rifugio. Sale sulla torre del duomo. Si uccide lanciandosi nel vuoto. Ogni diffusione della notizia è soffocata dal regime, la morte di protesta di Angelo Fortunato Formìggini silenziata. Non un rigo sui giornali, funerale in forma privata, all'alba.
L'unico commento giunto fino a noi, legato alla morte di uno degli intellettuali italiani che più si spese per creare ponti culturali, è quello di Achille Starace. «È morto proprio come un ebreo: s'è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola». #AneddotiLetterari
*edit: 30 anni, non 20*.
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