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cercavo guai @frontiere_zero
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sabato è circolata la notizia dell'ennesima morte dentro un centro di detenzione amministrativa per persone migranti senza un regolare permesso di soggiorno.
Natalia è stata uccisa dal Lager di Ponte Galeria.
mentre dalla mattina scorreva sul web questa dolorosa notizia, nel pomeriggio migliaia di donne si incontravano nelle strade di roma per gridare la propria autodeterminazione e la propria rabbia contro chi, in tutto il mondo, ci dichiara guerra.
non so perché ma gli account ufficiali di chi convocava il corteo hanno ignorato le voci da ponte galeria. chi ha aperto l'assemblea del giorno successivo ha preso una posizione contro questa ennesima uccisione. diverso dalla potenza di una piazza ma comunque importante.
la notizia di questa morte è uscita solo 2 settimane dopo l'accaduto, grazie a una presenza solidale che attiva la comunicazione con le detenute del lager.
questi momenti di comunicazione e solidarietà vengono ignorati da tutta roma, nonostante siano 10 anni che si va lì davanti.
10 anni in cui si è stati presenti davanti rivolte, evasioni di massa, proteste individuali, resistenze alle deportazioni.
non si è riusciti a fare molto ma questa lotta rappresenta h24 l'impegno di alcune decine di persone in questa città di merda.
la caratteristica di questa lotta non è puramente solidaristica (per quanto la solidarietà sia alla base delle relazioni che vogliamo) e non è antirazzista.
il fine è la rivoluzione e non lo dico tanto per, io parto da quella lotta e voglio fare la rivoluzione.
nel 2009 moriva un'altra donna in quello che si chiamava CIE di Ponte Galeria.
Un suicidio per sfuggire alla deportazione. Un'altra morte voluta dallo Stato.
a quel tempo si mosse una buona parte del movimento romano, il CIE era sempre al centro delle giornate di lotta
c'erano punti di vista e modalità differenti, anche inconciliabili, ma crearono un clima che fece da sfondo a cortei selvaggi, cortei cittadini, sabotaggi, azioni di disturbo, campagne di boicottaggio e momenti forti davanti a Ponte Galeria che diedero molto coraggio a detenuti/e
da Ponte Galeria uscivano le voci delle persone recluse che raccontavano giorno per giorno le loro resistenze. Anche la morte di Mabruka Mimuni andò in diretta radio, raccontata dalla voce disperata della compagna di cella. Lo sciopero della fame di tutte le donne fu una risposta
tutto quello che si era in grado di fare in città contro Croce Rossa, Eni, la Cascina, i medici e tanti altri responsabili di quel lager veniva raccontato alle persone recluse che parlavano fra loro, si organizzavano e lottavano anche coordinandosi con reclusi di altri centri
continuo dopo che ancora devo arrivare al dunque, fate ancora in tempo a segnalarmi e bloccarmi l'account
arieccome...

nel 2011, in piena "emergenza nord africa", i CIE venivano smantellati all'ordine del giorno tanto che, chi lucrava sulla gestione, intese che non ne valeva più tanto la pena, evitando di presentarsi ai bandi.
a quel tempo Maroni (min. interno) fece una circolare per vietare l'ingresso ai giornalisti che, come oggi, parteggiavano per l'opposizione a Berlusconi... si trattava di partiti come rifondazione, pd, verdi, sel i cui politici votarono per l'apertura di quei centri, chiamati CPT
contro questa circolare nacque la campagna lasciatecientrare, la quale spinse per entrare con i parlamentari in delegazione (pratica che vigeva anche tra alcune anime del movimento) creando non pochi problemi alle persone recluse.
da una parte le delegazioni venivano accolte in un clima artificiale e le persone venivano minacciate per non farle parlare, dall'altra la possibilità che la propria storia venisse romanzata su qualche quotidiano creò separazioni tra persone recluse:
c'erano storie spendibili e storie non spendibili sui media. così la persona che aveva un passato e un presente di storie terribili di violenza doveva essere salvata, chi aveva perso il lavoro e si era trovata a vivere di extra legalità tra carcere e CIE non era poi tanto utile.
parte del movimento intese che quello spazio di visibilità sui CIE era utile e restò immobile, in attesa che qualche politico facesse la sua parte per "chiudere i CIE".
Le rivolte delle persone recluse, nonostante le pesanti rappresaglie, avevano sempre meno supporto.
venendo a oggi...
nelle manifestazioni antirazziste si grida che "l'accoglienza è sotto attacco", "le ong sono sotto attacco" e si spalleggiano progetti come riace, baobab e ex canapificio senza capire a fondo la natura e il fine.
siccome tira una brutta aria l'approccio "umanitario" fa tendenza e si sale sul carro dei "buoni", di chi è spendibile con la società civile per contrapporsi al barbaro salvini.
anche negli sgomberi delle case si affaccia lasciatecientrare trattandoli come una "crisi umanitaria".
tutto questo non solo abbassa notevolmente l'asticella del conflitto cancellando completamente "perché lottiamo," ma indirizza tutto il discorso contro le politiche di controllo sull'immigrazione su un assurdo "restiamo umani".
oggi non voglio entrare nel merito e nel significato di progetti come riace, baobab e ex canapificio perché se hanno così tanto spazio e indirizzano la vostra indignazione è perché è stato lasciato un vuoto enorme.
il problema per me non è "l'assistenzialismo" perché in un percorso di lotta io il supporto reciproco lo chiamo solidarietà.
basterebbero tutte le occupazioni di roma a evitare che un parcheggio diventi una tonnara per arrestare migranti.
persone considerate numeri: "quanti ne ho", "quanti me ne hanno presi", "quanti Andrea Costa ne rappresenta", "quanti pasti caldi ho portato" ma quanti sono stati internati nei CIE? quanti ne abbiamo conosciuti? con quanti abbiamo lottato? quanti hanno parlato di loro stessi?
quante persone sono servite lì e a quale fine?
non bastava aprire le occupazioni per mangiare e dormire, conoscendosi e provando a lottare insieme (magari occupando in centinaia o assediando le questure per i documenti) per evitare di lasciare il vuoto chiamato "restiamo umani"?
finisco qui... torniamo rivoluzionari, l'umanitarismo non lo è.
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