, 18 tweets, 7 min read
Uno sparo.
Poi avevo sentito solo l’urlo della folla.
Non avevo nemmeno lasciato i blocchi che le altre erano già lontane.
Ed ero ancora in curva quando loro già riposavano dopo il traguardo. Ultima. Anzi, ultimissima.
Eppure negli ultimi 50 metri era accaduto qualcosa
La gente sugli spalti aveva iniziato ad incitarmi, a gridare il mio nome.Sinceramente avrei preferito diversamente. Non è che mi vergognavo, anzi. Stavo rappresentando il mio Paese, la Somalia, alle Olimpiadi di Pechino del 2008.
17 anni con scarpe regalate dalla squadra sudanese
Ultima con il tempo di 32"16, record personale. Dieci secondi dopo la prima, Veronica Campbell-Brown. Un abisso nei 200 metri piani.
Feci comunque il giro di campo con la bandiera del mio Paese al collo e poi rientrai negli spogliatoi. Pensando fosse tutto finito. Mi sbagliavo.
I giornalisti di tutto il mondo mi volevano.
Per loro ero una notizia. La ragazzina venuta da un Paese in guerra, senza soldi, senza campo per allenarsi e senza allenatore, pronta a sfidare il mondo intero. Avrei preferito essere intervista per essere arrivata prima, non ultima.
Ero arrabbiata. Giurai che sarei ritornata per le Olimpiadi di Londra del 2012 pronta e allenata per vincere. Una promessa.
Che ci faccio qui in mezzo al mare? Per quella promessa. Ho poco tempo, quindi vi racconterò la mia storia. Dall’inizio.
Dimenticavo. Mi chiamo Samia.
Sono nata nel 1991 a Mogadiscio in piena guerra civile. Ultima di sei figli di una famiglia povera. Fin da piccola amavo correre. Con mio fratello.
Beh, Alì non era proprio mio fratello.
Fu lui a chiedermi di diventare sua sorella.
“Solo se riesci a prendermi” avevo risposto.
Mi aveva preso subito. Era sopra di me e gli dissi ““Mi devi dare un bacio se vuoi essere mio fratello. Lo sai, sono le regole.” Abaayo, sorella.
“Aboowe,” ho risposto io, fratello.
Quel bacio sulla mia guancia non fu un granché.
Troppo umidiccio.
Quando al mercato di Bakara uccisero papà con un colpo di rivoltella tutto cambiò.
Dovetti lasciare la scuola per occuparmi dei miei fratelli mentre mamma vendeva frutta al mercato.
Cosa facevo nel poco tempo libero? Correvo. Sempre.
Io e Alì vivevamo nella stessa casa. Due famiglie di etnie diverse.
Le strade tra i quartieri di Mogadiscio diventarono il mio campo di allenamento personale.
A me e ad Alì non importava niente della guerra.
Quel che contava era il nostro bel rapporto.
E poter correre.
Sono cresciuta correndo. Il mio idolo? Mo Farah, mezzofondista britannico di origine somala. Avevo il suo poster in camera. Come sono arrivata a Pechino? Dopo aver vinto gare per dilettanti avevo iniziato a partecipare a gare per professionisti nel centro olimpico somalo.
Poco prima delle Olimpiadi avevo partecipato ai 100 m piani ai Campionati africani di atletica leggera 2008.
Ero arrivata ultima, ma ero stata selezionata per le Olimpiadi di Pechino del 2008 nei 200m.
Sapete già com'è andata.

Che accadde dopo? Perché sono in mezzo al mare?
Nel 2008, i gruppi di Al-Shabaab hanno iniziato seminare il terrore nella mia terra. Ma io avevo quella promessa da mantenere. Il governo non poteva aiutare noi atleti e le strutture sportive erano danneggiate. Ma per andare alle Olimpiadi di Londra avevo bisogno di un allenatore
Avevo deciso di venire in Europa a cercarlo perché io, a quella promessa, non volevo rinunciare. Vincere le Olimpiadi di Londra era il mio sogno.
E i sogni non si devono mai abbandonare.
Passando dall’Etiopia avevo attraversato il Sudan e il deserto del Sahara, e poi in Libia.
#MdT 02/04/2012. Ed ora sono qui in mezzo al mare. In acqua.
So che tra poco finirà tutto. Le forze cominciano a mancarmi.
Morire in mare non è giusto.
Per me che amo la terraferma e quella splendida sensazione di libertà quando corro in pista. Ma Lampedusa è troppo lontana.
Ero su una bagnarola con altre 300 persone.
Poi il motore che borbotta e si spegne.
La nave italiana in lontananza.
Il tuffo in mare.
Io, che non sapevo nuotare.
Che a casa il mare lo sentivo dalla finestra, vicino, ma ci ero potuta andare solo una volta a bagnarmi i piedi
Non so degli altri 300. Alcuni li ho visti annaspare come me. Trecento persone, trecento esseri umani. Uomini, donne, bambini. Provenivano da Paesi diversi, con storie diverse, ma avevano tutti una cosa in comune.
Avevamo tutti una cosa in comune.
Inseguivamo un sogno.
Impossibile raccontare tutta la vita di Samia Yusuf Omar in un thread.
La racconta invece splendidamente Giuseppe Catozzella @gcatozzella nel libro '' Non dirmi che hai paura ''.
Un libro venduto in tutto il mondo e vincitore di numerosi premi. Bellissimo. Da acquistare.
Nel frattempo potete immergervi nello splendido racconto del maestro (unico) Carlo Lucarelli @CarloLucarelli6.
Un racconto ricco di emozioni, che vi farà mancare il fiato. E che alla fine vi farà riflettere.
Guardatelo, ne vale la pena.
bit.ly/2nA3QWo
Missing some Tweet in this thread?
You can try to force a refresh.

Like this thread? Get email updates or save it to PDF!

Subscribe to Johannes Bückler
Profile picture

Get real-time email alerts when new unrolls are available from this author!

This content may be removed anytime!

Twitter may remove this content at anytime, convert it as a PDF, save and print for later use!

Try unrolling a thread yourself!

how to unroll video

1) Follow Thread Reader App on Twitter so you can easily mention us!

2) Go to a Twitter thread (series of Tweets by the same owner) and mention us with a keyword "unroll" @threadreaderapp unroll

You can practice here first or read more on our help page!

Follow Us on Twitter!

Did Thread Reader help you today?

Support us! We are indie developers!


This site is made by just three indie developers on a laptop doing marketing, support and development! Read more about the story.

Become a Premium Member ($3.00/month or $30.00/year) and get exclusive features!

Become Premium

Too expensive? Make a small donation by buying us coffee ($5) or help with server cost ($10)

Donate via Paypal Become our Patreon

Thank you for your support!