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🇱🇾⛔️🇪🇺 Oggi vi racconto tre storie.

Sono solo tre, ma sono simili alle storie di decine di migliaia di altre persone.

In Libia ci sono una ventina di centri di detenzione ufficiali, nei quali sono detenute 5.000 persone.
In molti di questi centri le condizioni sono terribili.
Prima storia.

Lei è Prudence Aimée. Ha lasciato il Camerun nel 2015. Dopo un anno senza contatti, la sua famiglia la credeva morta.

Invece era in un centro di detenzione libico, senza possibilità di rivolgersi al mondo esterno.
Nei 9 mesi di detenzione nel centro di Abu Salim a Tripoli, Aimée racconta che il latte e i pannolini consegnati a chi gestiva i centri sparivano.
Per lei e il suo bambino non restava nulla.

E così facevano la fame e la sete insieme, per un giorno o anche due.
L'UE finanzia gli aiuti inviati ai centri di detenzione, che vengono gestiti da agenzie Onu come UNHCR.

In teoria tutto bene.

Ma l’Ue non controlla che gli aiuti arrivino davvero a destinazione.
E spesso non lo fa neppure UNHCR.
oios.un.org/file/7433/down…
Per liberarla dai suoi aguzzini, la famiglia di Aimée ha pagato tre volte.

$670 per farla uscire da un centro di detenzione.
$750 per l’uscita da un altro centro cui era stata consegnata.
$850 per il viaggio.

Lei e suo figlio sono stati salvati, ma suo marito è ancora in Libia.
Seconda storia.

Lui è Eric. Per due volte è stato intercettato in mare e rinchiuso nel centro di Zawiya, dove le condizioni sono disastrose.

La prima volta gli hanno semplicemente preso tutti i soldi che aveva con sé, prima di liberarlo.
La seconda volta il riscatto da pagare era salito a 2.000 dollari.

“Mi tagliavano con un coltello e mi frustavano con i bastoni”, dice mostrando i segni delle torture.
“Ogni giorno ci facevano chiamare le famiglie per chiedere i soldi”.
La famiglia di Eric quei soldi non li aveva e non ha pagato.

Per fortuna lui è riuscito a scappare.
Ha fatto qualche lavoretto in Libia, poi ha preso la via del mare per la terza volta.

È stato salvato dalla #OceanViking lo scorso settembre.
Terza storia.

Lui è Abdullah. Per partire dalla Libia, lui e altre 47 persone hanno pagato un libico 127.000 dollari.

Una volta al largo sono stati intercettati da quello stesso libico, derubati delle poche cose che avevano e riportati indietro, in un centro di detenzione.
Abdullah e i compagni hanno chiesto al libico: "Perché ci hai fatti pagare e ci hai mandati in mare, se poi sei proprio tu a riportarci indietro?".

In risposta hanno ricevuto solo calci e pugni.
Quando Abdullah è riuscito a pagare il suo riscatto e un nuovo viaggio in mare, il motore del gommone si è rotto dopo qualche ora.

Lui e i compagni hanno atteso due giorni sotto il sole cocente, aspettando di morire e buttando in mare i corpi di chi non ce la faceva.
Solo per caso sono stati salvati da pescatori tunisini di passaggio e portati a Zarzis, in Tunisia.

Abdullah è ancora lì, bloccato dall’altra parte del Mediterraneo.
A poche centinaia di chilometri dalla spiaggia da cui era partito.
Sono solo tre storie, storie che conosciamo.

Ma di centinaia di persone si perdono rapidamente le tracce: dopo essere state intercettate in mare e riportate in Libia, spariscono prima delle visite di controllo.

Vengono schiavizzate, rivendute, o gli accade di peggio.
Dopo aver letto queste storie potreste domandarvi: io cosa posso fare?

Non molto, forse, ma una cosa c’è: leggere e dare massima diffusione a questa splendida inchiesta di @AP da cui ho le ho tratte, perché tutti possano sapere e nessuno possa negare.

apnews.com/9d9e8d668ae4b7…
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