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“Kinder, Kirche und Küche”, “bambini, chiesa e cucina”.
Era il massimo a cui noi donne tedesche potevamo aspirare.
Già.
Dicevano che noi donne non eravamo portate per gli studi scientifici.
Per me, che ero ebrea, diventerà persino un divieto.
Sono nata il 23/03/1882, nella cittadina tedesca di Erlangen.
Mio padre, Max Noether, era un rinomato professore di matematica all’università.
Povero papà. A 14 anni aveva contratto la poliomielite e a causa dei suoi problemi fisici non era più stato in grado di andare a scuola
Questo non gli aveva impedito, da autodidatta, di studiare la matematica a livello avanzato, tanto da consentirgli di entrare all'Università di Heidelberg nel 1865.

Mi dispiace che tutti lo ricordino solo come il “padre di Emmy Noether”
Chi è Emmy Noether?
Sono io, naturalmente.
E qualcosa devo aver preso da papà, grande matematico, se durante una festa di compleanno, riuscii a risolvere un indovinello matematico, il problema della combinazione, unica a farlo.
E avevo solo sei anni.
Durante le scuole dell’obbligo però studiai altro. Francese e l’inglese.
E poi il pianoforte.
Ma mai brava come Ida Amalia Kaufmann, mia madre.
Ma non diventai un’insegnante di lingue come desiderava mio padre.
Io volevo iscrivermi all’Università per imparare la matematica.
Peccato che la legge tedesca non permettesse alle donne di seguire i corsi universitari di matematica.
Così fui costretta a chiedere il permesso ai professori per assistere alle loro lezioni. E non tutti mi autorizzarono perché, dicevano, “l’educazione mista sarebbe “innaturale"
Fino al 1904, quando le regole cambiarono.
Mi immatricolai e tre anni dopo, nel 1907, mi laureai col massimo dei voti discutendo una tesi sulla teoria degli invarianti algebrici.
Il relatore era l’importante matematico Paul Gordan.
Avrei potuto ottenere la cosiddetta "habilitation", ma avevo sempre quel maledetto problema che non voleva abbandonarmi.
Ero una donna.
Quindi niente habilitation.
Fu proprio Gordan ad offrirmi di lavorare nel suo staff per sette anni (naturalmente gratis)
Però riuscii a farmi notare.
Fino alla mia prima prima conferenza pubblica, a Salisburgo nel 1909.
L’argomento?
La teoria degli invarianti per le forme a n variabili.
Nel 1915 David Hilbert, impressionato dalle mie capacità, mi chiese di trasferirmi all’università di Gottinga.
Ci fu una sollevazione. Hilbert fu grande. "Non vedo come il sesso del candidato possa essere un argomento…dopo tutto questa è un’università, non un bagno pubblico”.
Niente da fare. Così tenni lezioni per quattro anni a nome di Hilbert. Solo nel 1919 mi venne concesso di sostenere l’esame per l’abilitazione. Ottenuta, continuai a insegnare. Senza stipendio.
Riuscii ad ottenere il mio primo stipendio solo nel 1923. Ma a me interessava altro.
Venivano persino dalla Russia ad assistere alle mie lezioni.
Lo so, trascuravo l’aspetto fisico e mancavo di femminilità, ma Edmund Landau, professore a Gottinga, se lo poteva risparmiare quel suo “Emmy è certamente un grande matematico, ma non posso giurare che sia una donna”
Alla fine degli anni venti l’Università di Gottinga ospitava le più grandi menti del continente. Poi arrivò lui. Quando salì al potere Hitler impose l’esclusione di tutti i professori e studenti di origine ebraica dalle università.
Fummo costretti a partire. E con me molte altri
Risultato?
Gli Stati Uniti si ritrovarono improvvisamente a disposizione il meglio della scienza europea.
Io ottenni un posto al Bryn Mawr College in Pennsylvania.
Per la prima volta nella mia vita con uno stipendio dignitoso.
Ma quell’esperienza ebbe vita breve.
Nell’aprile del 1935 mi fu diagnosticato un tumore ovarico e venni ricoverata nell’ospedale di Bryn Mawr.
Nessuna sapeva che andavo a operarmi.
Lo seppero quattro giorni dopo, quando me ne andai per sempre.
Avevo 53 anni.
Potevo dare ancora molto, ma purtroppo è andata così.
Sono però molto orgogliosa della reazione che ebbe Albert Einstein quando lesse sul New York Times solo un trafiletto per annunciare la mia prematura scomparsa.
Prese carta e penna e fece pubblicare questo.
Perché Albert Einstein mi considerava “il più importante genio creativo della matematica da quando le donne hanno accesso all’istruzione superiore?”

Da quando aveva ricevuto i risultati di un lavoro su un problema che lo interessava in quegli anni
Tanto da scrivere al matematico Hilbert che era forse il caso di “mandare la vecchia guardia di Göttingen a scuola da Fräulein Noether”.
Fräulein Noether ero io. E quel lavoro era mio.
Dimenticavo.
Anche il teorema di Noether è roba mia.
La morte di Emmy Noether non fu una perdita per la scienza matematica.
Fu una vera tragedia.
La più grande donna matematica che sia mai vissuta, morta proprio nel pieno della sua creatività.
Dopo essere stata cacciata dalla sua terra.
Grazie a @GREISON_ANATOMY per avermi chiesto di raccontare la storia di Emmy Noether.
Una donna “che faceva a gara con se stessa, che ha cercato di costruirsi il proprio futuro, che ha lottato contro ogni forma di sopruso e pregiudizio”.
Una donna.
Per quei pochi che ancora non seguono i suoi lavori, @GREISON_ANATOMY è Gabriella Greison, “la rockstar della fisica”, come viene definita, ma anche scrittrice, giornalista e attrice teatrale.
Le sue ossessioni? Fisica quantistica, donne della scienza e i fisici del XX secolo.
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