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#MdT 28/12/1908 – Ore 05.21 – Un enorme boato ha svegliato gli abitanti di Messina. E per 37 secondi la terrà ha tremato sullo stretto tra la Calabria e la Sicilia. Un terremoto di magnitudo 7.1 ha aperto enormi voragini dove sono sprofondate strade ed edifici.
Una frana sottomarina ha provocato uno tsunami. Tre onde altissime hanno colpito la parte della città esposta al mare.
Ma non è del terremoto che voglio parlarvi.
Ma di quello che accadde dopo, con i soccorsi.
Diciamo subito che il capo del governo Giolitti se la prese comoda. Anche quando alle 15.30 arrivò un dispaccio telegrafico con “Messina distrutta”. Ad inviarlo un portalettere Antonio Barreca che si era fatto chilometri per trovare un trasmettitore funzionante.
I telegrammi arrivati in mattina avevano infastidito Giolitti.
Lui, vero uomo di ferro settentrionale, infastidito da quei sindaci meridionali sempre lamentosi.
Capì che qualcosa di grave era successo solo alle 17.30 quando arrivò una comunicazione dal cacciatorpediniere Spica che chiedeva aiuti urgenti.
Quando le navi italiane arrivarono a Messina il 30, si ancorarono in terza fila. Perché in soccorso erano già giunte le navi russe "Makaroff", "Guilak", "Korietz", "Bogatir", "Slava" e "Cesarevič". E le britanniche "Sutley", "Minerva", "Lancaster", "Exmouth", "Duncan", "Euryalus"
Era stato il sindaco di Siracusa, Giuseppe Toscano, a chiedere il loro intervento. Dopo l’arrivo delle navi italiane Giolitti invitò altre navi straniere a non intervenire. Si calcolò che almeno 10.000 persone in più si sarebbero potute salvare accettando altri aiuti stranieri.
L’incrociatore inglese Minerva, in arrivo da Malta, fortunatamente non ascoltò “l’invito”. Perché non solo da quell’incrociatore sbarcarono pompieri che spensero gli incendi in città. Ma fu poi usato dal governo per le comunicazioni visto che il sistema telegrafico era saltato.
In quei giorni ci fu una confusione totale.
Persino i viveri non venivano sbarcati per la mancanza di autorizzazione (leggi burocrazia). Il governo aveva inviato 10.000 soldati, che in mancanza di viveri cominciarono a saccheggiare la città.
E tra saccheggi dei militari e delle bande, il governo fu costretto a dichiarare lo stato d’assedio. Più che al salvataggio delle persone a Giolitti interessò l’ordine pubblico.
E così bastava aggirarsi tra le macerie alla ricerca di cibo e vestiti per essere fucilati.
Le cronache locali dell’epoca raccontano che esercito e carabinieri avevano come imperativo assoluto quello di difendere e proteggere soprattutto i caveau degli istituti di credito, a partire dalla Banca d’Italia.
Era il caos. Era come essere in guerra. E in questi casi tra gli sciacalli apparvero, non solo soldati, ma anche ufficiali dell’esercito. E furono i registri postali dei giorni immediatamente successivi al terremoto a svelare qualcosa di aberrante.
Un numero spropositato di soldati e ufficiali inviavano quotidianamente un gran numero di pacchi a casa. Ma era normale che ogni giorno venissero spediti centinaia di pacchi e somme di denaro alle famiglie?
E la cosa arrivò in Parlamento. Ma tutto fu messo a tacere.
Ma non era finita per i messinesi.
La massima autorità di coordinamento era il generale di Corpo d’armata Francesco Mazza. Tanto capace non era. Non lasciò mai la comoda nave Duca di Genova. invece di aiutare i messinesi lui organizzava fastose cene a bordo dell’incrociatore.
Fece persino arrivare due pasticceri, da Napoli e da Palermo. La sua "Duca di Genoa era divenuta un mondano quartier generale dove ogni sera si tenevano feste per gli alti ranghi militari e civili. A differenza del panfilo reale Sultana e del Britannia, trasformati in Ospedale.
La sua priorità era recuperare contanti e valori nei caveau delle banche. Per svuotare la città diffuse la notizia che i viveri si potevano ottenere solo salendo a bordo della navi. Che una volta riempite partivano alla volta di Napoli. Non funzionò per molto.
Il 14 febbraio lasciò l’incarico dopo continui fallimenti.
Quante volta avete sentito o detto "non capire una mazza".
Qualcuno racconta che “non capire una mazza” nacque proprio a Messina in quei giorni riferito al generale Mazza.
Quanti sono stati i morti? Nessuno lo sa. Dagli 80.000 ai 200.000. C’erano 230 malati all’ospedale di Reggio Calabria. Si salvarono in 29. Si salvarono tutti invece i detenuti della prigione di Messina. Scapparono tutti unendosi ai saccheggiatori.
"Messina è morta per sempre" era la voce che circolava. La piccola Università vuota. Erano quasi tutti morti. Studenti e docenti. Per impedire lo scoppio di epidemie qualcuno pensò di bombardarla (non successe). Ma sotto c'erano ancora persone vive. Salvate anche 20 giorni dopo.
"Che cosa avremmo dovuto fare?" replicò Giolitti ai suoi avversari che gli rimproveravano la disorganizzazione dei soccorsi.
"Prevedere che ci sarebbe stato un terremoto?".
Prevedere il terremoto no. Impedire i saccheggi sicuramente sì.
Come le 30.000 tende e le 30.000 coperte offerte per i superstiti da Francia e Inghilterra fatte sparire. O i soldi e preziosi che i soldati di Mazza spedivano ai parenti. O i viveri chiusi nei magazzini della "Cittadella" fatti sparire. Mentre ai messinesi pasta ammuffita.
"Aveva 15 anni, bello, biondo e riccio. Si era salvato. Con i vestiti stracciati aveva vagato a lungo. Poi tra le macerie aveva trovato una camicia e un paio di pantaloni. Venne arrestato per sciacallaggio, e come molti altri messinesi, fucilato".
Le cronache locali raccontarono quella doppia tragedia. Un uomo mise tutto in un libro. Giacomo Longo di anni 35, di Francesco e di Francesca Bonanzinca, da Torre Faro. E il libro: "UN DUPLICE FLAGELLO: Il terremoto del 1908 e il Governo Italiano”
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